La penultima domenica di campagna elettorale, infine, la rossa Emilia si è dipinta di renzismo. A Castenaso, comune di 14 mila abitanti alle porte di Bologna, la comunità si è raccolta per festeggiare la prima comunione del figlio di Benedetta Renzi, sorella del premier: c’era tutta la famiglia, 1a moglie di Matteo, Agnese, e i suoi genitori. Il più famoso dei Renzi era l’unico assente. Alla stessa ora, domenica mattina, si muoveva nel centro di Modena, in maglietta rossa e ballerine nere, la ministra Maria Elena Boschi, arrivata per sostenere il candidato sindaco del Pd Paolo Muzzarelli. Un caffè, una passeggiata sotto i portici in piazza Grande, l’intervento in cui la numero due del governo ha spronato a battere «il partito dell’astensione». Con una buona dose di autopersuasione: ad ascoltarla, nella roccaforte rossa, c’erano cinquanta persone, per la precisione quarantacinque, comunque meno dei presenti alla prima comunione della famiglia Renzi. Posti vuoti che consegnano la vigilia del voto nella regione granaio di voti per la sinistra a uno strano sentimento di inquietudine.
In apparenza non cambia nulla, il partito è quello di sempre nonostante il terremoto renziano, in mano al Tortello magico del presidente della regione Vasco Errani, in carica dal 1999, un’eternità, la Ditta dell’ultimo segretario arrivato dall’Emilia, Pier Luigi Bersani. Ma è da qualche anno che sulla via Emilia, come in un laboratorio, si sperimentano i futuri passaggi della politica nazionale: qui è nato l’Ulivo di Romano Prodi, qui, nel 2010, è esploso il Movimento 5 Stelle, dopo il primo Vaffa-day di Beppe Grillo in piazza Maggiore nel 2007, con percentuali a due cifre in regione, qui nel 2012, a Parma, lo sconosciuto Federico Pizzarotti ha sconfitto l’usato sicuro del Pd.
E qui il Movimento è entrato per la prima volta in crisi, con il primo dissidente espulso, Giovanni Favia, fino all’ultimo consigliere regionale Andrea De Franceschi, sospeso da M5S qualche giorno fa in attesa di chiarire l’uso dei fondi pubblici. Solo il Partitone sembra restare immutabile. Si vota per le europee, il candidato locale è l’europarlamentare uscente Salvatore Caronna, che fu segretario regionale lustri fa, si rinnovano i sindaci del quadrilatero emiliano-romagnolo Modena, Reggio Emilia, Forlì, Ferrara e i sondaggi danno i candidati probabili vincenti già al primo turno, più Sassuolo che alle ultime elezioni fu espugnato dalla destra. Eppure non sarà una passeggiata.
E sulle elezioni del 25 maggio si giocano i futuri assetti di potere, in vista dell’appuntamento con le regionali del 2015, la fine della lunga stagione di Errani. Vecchie manovre e nuove alleanze, il rosso antico che sembra inossidabile al passare del tempo e gli homines novi della rottamazione renziana che spingono per emergere e che disperano sempre più di farcela. «Renzi in Emilia non è mai arrivato, il cambiare verso non c’è stato, a Modena non si è modificata una virgola di quanto sarebbe successo se ci fosse stato ancora il Pd di Bersani», attacca il deputato del Pd Matteo Richetti, già presidente del consiglio regionale emiliano, renziano della primissima ora, in polemica con gli ultimi arrivati, i convertiti sulla via Emilia come Stefano Bonaccini, anche lui modenese, segretario regionale del Pd e responsabile nazionale degli enti locali, super-bersaniano nel 2012, quando la regione consegnò a Bersani il 60 per cento dei voti, supporter di Matteo nel 2013 cui ha garantito il 71 per cento dei voti alle primarie.
«Ha visto i manifesti elettorali?», ironizza Richetti. «Il lunedì ci sono Bersani, Caronna, Muzzarelli. Il martedì D’Alema, Caronna, Muzzarelli... Esprimo la mia solidarietà ad Achille Occhetto, ingiustamente discriminato». A Modena le primarie per la scelta del candidato sindaco sono finite tra accuse di irregolarità e divisioni. A Castenaso, il comune di residenza di Benedetta Renzi, futura assessore, i veleni tra compagni hanno appestato la campagna elettorale. Il sindaco uscente, il renzianissimo Stefano Sermenghi (nel 2012 fu l’unico sindaco del bolognese a schierarsi con il collega di Firenze contro Bersani), dopo aver vinto le primarie con il 75 per cento, aveva concesso due posti in lista agli esponenti della minoranza interna cuperliana che però conta sul segretario locale del Pd Giuliano Sacchi e su quello della federazione bolognese, come si sarebbe chiamata un tempo, Raffaele Donini. Il partito ordina il ritiro dei due candidati dalla lista del sindaco e prova a sconfessare il primo cittadino che ha vinto le primarie, poi è costretto a una pietosa marcia indietro.
Ma è solo il sintomo di un disagio profondo destinato a esplodere. In gioco c’è il dopo-Errani e qualche interesse più corposo. Il sindaco Sermenghi è attaccato dall’apparato non solo per il suo renzismo, ma anche perché più di una volta ha detto di no, per esempio sulla raccolta dei rifiuti porta a porta, alla potentissima Hera, la multiutility regionale che gestisce tra l’altro l’inceneritore alle porte di Castenaso. Chi tocca Hera nel Pd emiliano muore.
Anche perché Pd e Hera sono la stessa cosa: «Silvio Berlusconi ha fondato il partito-azienda, da noi c’è l’azienda-partito, la Ditta non è un modo di dire. Hera fa e disfa le carriere politiche, ha un potere enorme», denunciano i (pochi) dissidenti. Un modello emiliano-cinese, in cui i mandarini di partito eletti sindaco controllano come rappresentanti degli enti locali l’agenzia che fornisce energia, acqua e gas a oltre due milioni di utenti. Un’esagerazione? Mica tanto. A febbraio il comune di Forlì annuncia che non rinnoverà il patto di sindacato di Hera insieme al comune di Ferrara.
«Forlì e Ferrara non vogliono rinnovare il patto? Bene, l’accordo scade il 31 dicembre, vedremo cosa decideranno le amministrazioni per quella data», replica il presidente del comitato di sindacato Daniele Manca, sindaco di Imola. Sarà un caso, ma il sindaco di Forlì Roberto Balzani, uno storico estraneo alle logiche di corrente e determinato a imporre un’idea autonoma di città, non si è ricandidato. Mentre Manca è in pole position per la successione a Errani: perfetto punto di congiunzione tra il partito e l’azienda. In un partito trasformista dove tutti sono bersaniani o renziani a seconda delle opportunità del momento. A meno che non scenda in campo con un suo progetto alternativo il sottosegretario Graziano Delrio, emiliano doc. O che il Movimento 5 Stelle non faccia il botto ancora una volta, come due anni fa a Parma. Se prevale l’onda nazionale che spimnge per Grillo nelle roccaforti il Pd rischia i ballottaggi.
Pericolo rosso per Renzi: il leader chiamato a riconquistare le percentuali raggiunte dal vecchio Pci per voltare finalmente pagina.