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Il Movimento 5 Stelle, avversario inflessibile fino all’anatema dell’altrui propensione a governare, è entrato anch’esso nella sfera gravitazionale dell’occupazione “a prescindere” del Palazzo. D’altronde, se Pietro Nenni, l’antesignano della formula della «stanza dei bottoni», giustificò la complessa sfida del governo insieme alla Democrazia cristiana precisamente sulla base della moltiplicazione dei bottoni da schiacciare (vale a dire delle prerogative dell’intervento dello Stato in economia), figurarsi adesso che l’era Covid esige un nuovo doveroso protagonismo da parte delle istituzioni e dei poteri pubblici (e che, dalle parti grilline, viene tipicamente interpretato all’insegna di pulsioni stataliste e assistenzialiste). Ed ecco, infatti, da ultimo, Beppe Grillo dire la sua a colpi di post sulle trattative in materia di rete a banda larga unificata, dando la propria benedizione alla strategia industriale prediletta dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte (ossia la fusione tra Tim e Open Fiber). Collocandosi - lui e l’altro cofondatore, Gianroberto Casaleggio, al pari del suo erede Davide - in quel filone di «neopatrimonialismo» dai confini piuttosto porosi e permeabili tra la sfera pubblica e quella privata che viene alimentato dalla sfilza di miliardari scesi in politica nei vari angoli del Villaggio globale a partire dagli anni Ottanta.
I cresi convertiti in cesari, un tratto distintivo della vita pubblica nel postmoderno (con tutte le sue derivazioni direttamente provenienti dal premoderno). Ma oggi «l’Elevato» (anche se non «l’Eletto», non essendo mai passato al vaglio di nessun voto popolare), dopo avere predicato una sorta di «democrazia per direttissima», si ritrova sulla barricata opposta di Casaleggio jr. che - come lo “scomunicato” Alessandro Di Battista - invoca proprio la consultazione degli iscritti per designare il prossimo capo politico. Negli interventi del capocomico fattosi capopopolo si ritrova anche, chiaramente, l’esigenza tattica di puntellare Conte ogni qual volta sia possibile. Perché è naturalmente lui l’Isacco Newton della forza gravitazionale del governismo, diventato l’orizzonte e il destino esclusivo - con l’eccezione di qualche frangia barricadera fedele alle origini protestatarie - del Movimento.
Il giurista, già poco più che notaio dei contraenti del governo gialloverde, divenuto sulla scorta dell’emergenza sanitaria l’alfa e l’omega della politica italiana, e insignito pure da Nicola Zingaretti della medaglia di «oggettivo punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste». Il tecnico tramutatosi in scaltro e abile politico, al momento guidato dall’obiettivo primario di prosciugare i pozzi della praticabilità di un esecutivo di larghe intese o di unità nazionale che utilizzi le risorse del Recovery Fund e di quel Mes che, verosimilmente, i pentastellati finiranno per votare a dispetto dei proclami di tutti questi anni. Confermando così, a proposito del definitivo cambio di pelle del partito-movimento, una sequenza ormai lunga di no che si sono trasformati in ni (oppure direttamente in sì), e di tematiche o politiche simbolo su cui erano stati minacciati sfracelli (dalla Tav all’ex Ilva, dal Tap all’Alitalia) e che, invece, sono state puntualmente sacrificate sull’altare del governismo. Che è anche una risposta a quella ricerca esistenziale (e, nella fattispecie, politica) che si può racchiudere in una strofa celebre di Franco Battiato.
Per il M5S il “centro di gravità permanente” (anche rispetto ai suoi frequenti sbandamenti) corrisponde appunto al governismo, che lo radica e lo àncora. E gli consente di mitigare le giravolte più marchiane davanti ai militanti duri e puri in nome di una finalità superiore. Un po’ come accadeva nella teoria evolutiva del lamarckismo, dove l’organismo si modificava in relazione agli stimoli ambientali. E anche il partito-movimento è un organismo (in versione ogm), che evolve insieme alle situazioni, e quindi – come sosterrebbero alcuni degli ortodossi della prima ora – si è via via «snaturato» rispetto alle radici anticasta. E ha visto stingersi pure il giacobinismo: tanto nella versione giustizialista (come ribadisce lo scontro, impressionante, tra il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e colui che è stato una delle icone del grillismo, il magistrato Nino Di Matteo) quanto in quella cultural-suggestiva del «russovismo».
È la traiettoria personale di Conte a sintetizzare in maniera compiuta la parabola dell’ala largamente maggioritaria del Movimento 5 Stelle. E ne è specchio il tragitto de Il Fatto quotidiano (e del travaglismo), la centrale ideologica del M5S convertita in house-organ del contismo. Il camaleontismo grillino si intreccia infatti con l’ascesa del «Camaleconte», in parte la genera, e in parte ne è guidato e diretto, ben al di là di quanto vorrebbero parecchi maggiorenti pentastellati.
L’ex “avvocato del popolo” è l’incarnazione perfetta della formula del governismo giallorosso, ma anche un (almeno potenziale) competitor dei due maggiori partiti della maggioranza. E deve decidere – come ha scritto Marco Damilano – se proporsi o meno «come il grande timoniere di un nuovo sistema politico, fondato sullo smantellamento degli attuali partiti e schieramenti». Nel frattempo è arrivata a compimento la totale metamorfosi dei 5 Stelle: un nuovo partito di sistema e di establishment a tutti gli effetti, il quale ha lasciato lungo la strada molte delle aspettative e delle promesse originarie, e che, tuttavia, nel suo dna rimane antisistemico, odierna incarnazione dell’eterno principio della doppia morale. Un partito adesso spiccatamente ministeriale e che pur continua nel profondo a rigettare – anche per ragioni strumentali ed elettoralistiche – l’istituzionalizzazione. Con il conseguente passaggio da una (più rivendicata e ipotetica che reale) «diversità morale» a quella che si potrebbe etichettare come la «diversità governista» (ovvero “diversamente” al governo con chiunque, allo scopo di costituire l’inaggirabile ago della bilancia per chi vuole avvicinarsi a palazzo Chigi).
In buona sostanza, il governismo malattia senile del fu estremismo: un morbo davvero paradossale, ma figlio di un’epoca dominata proprio dai paradossi postmoderni. E, in questo, i grillini si tengono con un’aspirazione ontologica massicciamente presente nel Pd, anche quando dichiara di essersi spostato «più a sinistra». Il punto è che il governismo e la propensione all’assunzione delle responsabilità di governo non sono esattamente la stessa cosa. Il governismo si rivela molto simile al presentismo, e prevede l’adesione rigorosa allo stato di cose e ai rapporti di forza esistenti. «Tina continua»: non ci sono mai alternative, e dunque è sempre e solo un distillato purissimo di Realpolitik all’ennesima potenza. In buona sostanza, una declinazione in salsa politique politicienne dell’adagio hegeliano per cui «tutto ciò che è razionale è reale, tutto ciò che è reale è razionale». E risiede giustappunto in questa visione, assai più che nella prospettiva di una (pressoché impossibile) conciliazione delle culture politiche, il senso della proposta di un’«alleanza strategica» tra Pd e M5S (che, giusto per dirne una, aveva etichettato il primo come il «partito di Bibbiano»). Cosa che, a conti fatti, come ci direbbe il traduttore automatico in bersanese, corrisponde al tentativo di sposare le pere con le mele, e non fa l’amalgama neppure a forza di cacciavite.