Il caso

Vittorio Sgarbi non molla e scrive a Meloni: "Si indaghi anche sulle altre incompatibilità di governo"

La delibera dell’Antitrust sulle attività del sottosegretario alla cultura conferma "il conflitto di interessi". Ma il critico d'arte, isolato dalla destra, torna all'attacco del ministro Sangiuliano ("imbevuto da una cultura scolastica") e della premier ("anche tu hai promosso libri")

di Simone Alliva   5 febbraio 2024

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L’Antitrust ha lavorato per 4 mesi al «dossier Sgarbi» e alla fine, a fronte dei 17 incarichi ricoperti in contemporanea, la «sentenza» è netta: "Il Sottosegretario di Stato alla Cultura, Vittorio Sgarbi - si legge nel testo pubblicato oggi sul bollettino settimanale - ha esercitato attività professionali in veste di critico d'arte, in materie connesse con la carica di governo a favore di soggetti pubblici e privati, in violazione della Legge Frattini sul conflitto di interesse". 

Ma il critico d’arte non molla, altrimenti non sarebbe arrivato dov'è da quel lontano 1989 quando lo scovò Maurizio Costanzo. Esordì dando della “stronza” in tv a una poeta afasica. Non ha più smesso: nel mirino magistrati, giornalisti, politici, critici d’arte, artisti. Una carriera inarrestabile fatta di trash e poltrone, fino al ruolo tanto agognato di sottosegretario alla Cultura grazie al governo Meloni. Un ruolo costellato da tanti, troppi inciampi. Dagli scandali di risonanza mondiale, svelati dalle inchieste del Fatto Quotidiano e di Report ai cachet d’oro ricevuti durante l’incarico di governo, passando al presunto riciclaggio di un quadro del Seicento rubato. 

Sgarbi soltanto nelle ultime 48 ore ha prima evocato il dietrofront, poi ha spedito a Palazzo Chigi, con carta intestata del ministero della Cultura, una lettera di sfida alla presidente Giorgia Meloni e pubblicata oggi da Il Corriere della Sera: «Se il governo, per mano di un suo ministro (ripeto: di un suo ministro), ha promosso una indagine sul conflitto di interessi all’interno del governo (peraltro in base alla lettera anonima di un pluripregiudicato), è giusto che io chieda all’Antitrust che si estenda l’indagine a tutte le istituzioni, con gli stessi criteri». Quello che si legge in filigrana: se si indaga su qualcun altro nel governo, qualcosa si trova, attenzione. 

 

Tuttavia l’ancora sottosegretario conferma che «la delibera è chiara. Non posso fare la vita che ho fatto per cinquant’anni, non posso essere me stesso e essere sottosegretario», scrive contestando all’Antitrust di avere detto che è incompatibile con il ruolo di sottosegretario la sua «intera attività di scrittore, narratore curatore e storico d’arte», «cioè è la mia vita“- scrive ancora – tirando in ballo anche la stessa presidente del Consiglio: «E con ciò (sarebbe incompatibile, ndr) anche promuovere e vendere i propri libri, come anche tu hai fatto», ricorda a Meloni. Una decisione che il critico d’arte è “tanto politicamente corretta, quanto giuridicamente scorretta. Fa sorridere che uno possa, "per professione", autografare e presentare libri o inaugurare mostre e che ciò possa distorcere la funzione pubblica. In ogni caso sento il bisogno di ringraziarti per il comportamento da te tenuto nei miei confronti, sempre rispettoso, lineare e mai cedevole verso i molti e agguerriti oppositori che hanno imbastito una vera persecuzione giornalistica e televisiva (con la tv di Stato!) sperando, con me, di mettere in soggezione te e il governo da te presieduto».   

 

Intervistato da Il Foglio, Sgarbi non risparmia il ministro della Cultura su cui soffia un filo di veleno: «Sangiuliano, Sangiuliano... Sangiuliano non ha dietro niente, non è niente. Ha un atteggiamento da letterato meridionale di provincia, imbevuto di cultura scolastica. E' anche divertente, fa tenerezza». All’indomani del primo scandalo sugli incarichi retribuiti era stata aperta un’istruttoria da parte dell’Antitrust proprio su segnalazione del ministro della Cultura Sangiuliano. Motivo di una rottura profonda, insanabile: «Non ci parliamo dal 23 ottobre. Non potevo sentire una persona che riceve una lettera anonima e la manda all’Antitrust». 

 

Ma è questo l’unico fronte aperto e visibile nella maggioranza che continua a tenere il basso profilo non potendo contare sul suo più grande sponsor, Silvio Berlusconi. Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini preferisco ignorare la quesitone: «Sgarbi? Non ho letto la lettera. Si è dimesso?» chiede ai cronisti con un filo di sarcasmo a margine dell'avvio di lavori ferroviari a Bergamo. Tra gli azzurri solo il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è espresso: «È una sua scelta», ha commentato. Anche se in diversi tra i partiti della coalizione di governo commentano, senza esporsi, il solito "Sgarbi-show". O tirano un sospiro di sollievo, prevedendo le dimissioni ufficiali. Il Pd con Irene Manzi chiede che il titolare della Cultura spieghi in Parlamento «i criteri con cui ha attribuito le deleghe al sottosegretario essendo il ministro a conoscenza della pletora di incarichi e delle numerose posizioni in istituzioni culturali in capo a Sgarbi, puntualmente elencate nella delibera». 

 

Duro è stato anche il leader M5s Giuseppe Conte che se la prende direttamente con la premier, rea a suo dire, di non essere intervenuta per porre fine ad una situazione che ha "danneggiato l'immagine dell'Italia. Le dimissioni del sottosegretario Sgarbi sono un atto dovuto e necessario dopo la decisione dell'Antitrust. Sarebbe un gesto di igiene politica e istituzionale - sottolinea il coportavoce dei Verdi, Bonelli - se a queste seguissero anche le dimissioni di Santanchè e Delmastro coinvolti in imbarazzanti inchieste giudiziarie».

 

 Matteo Renzi deve essere uno dei tanti rimasti spiazzati dalla nuova sortita del sottosegretario: nel suo editoriale sul Riformista aveva sottolineato come, a differenza di altri esponenti dell'Esecutivo si sia dimesso, con questo commento: «una dignità che in questo governo hanno davvero in pochi». Ma per la piega che sta prendendo la vicenda anche lui potrebbe essersi ricreduto. Come ha fatto pubblicamente l'esponente di Azione Osvaldo Napoli con un frase lapidaria: "Stiamo su scherzi a parte». E come ha rincarato Carlo Calenda: «Questa pantomima indecorosa deve finire. Intervenga @GiorgiaMeloni. Basta», scrive sui social il leader di Azione. Mentre il coportavoce dei Verdi rilancia: «È urgente una presa di posizione della premier Meloni, ne va del decoro delle istituzioni, che non sono un mercato!». 

 

Un questione per il governo, ma soprattutto per il sottosegretario che vuole trattare solo e soltanto con la "non ricattabile" Meloni. Di fronte alla mare di procedimenti e grande, il critico d’arte necessita assolutamente di agibilità politica e non essendo stato eletto parlamentare, perderebbe dimettendosi da sottosegretario. «La mia agonia sarà lunga», aveva annunciato Sgarbi insieme alle dimissioni. Su questo c'è da credergli.

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