Politica
19 febbraio, 2026Articoli correlati
Serpeggiano tra i palazzi romani le voci di un asse tra Santa Sede e Quirinale che, se dovesse consolidarsi, potrebbe influire sull’elettorato moderato cattolico
Altro che diplomazia silenziosa. Stavolta le parole sono arrivate chiare, filtrate Oltretevere e rimbalzate nei corridoi di palazzo Chigi come un colpo secco: il Vaticano non gradisce l’adesione del governo italiano al cosiddetto Board of Peace. Un organismo internazionale dal nome rassicurante, ma che nella lettura della Santa Sede rischia di diventare terreno scivoloso sul piano geopolitico e simbolico.
Il punto, raccontano fonti ben piazzate, non è solo tecnico. È politico. E personale. Con Papa Francesco Giorgia Meloni aveva costruito un rapporto pragmatico, fatto di telefonate discrete, convergenze sui temi sociali e qualche inevitabile distanza gestita con tatto. Con Leone – il nuovo pontefice – il feeling non sarebbe lo stesso. Meno empatia, più prudenza. E soprattutto meno disponibilità a coprire con il silenzio scelte considerate divisive.
A Palazzo Chigi la lettura è più maliziosa. Si parla apertamente di un asse tra Santa Sede e Quirinale, con il Colle di Sergio Mattarella che, pur senza esporsi, manterrebbe un filo diretto costante con Oltretevere. Ufficialmente è normale dialettica istituzionale. Ufficiosamente, spiegano uomini vicini alla premier, si tratterebbe di un equilibrio che tende a isolare palazzo Chigi su dossier sensibili.
Il retroscena più inquietante per la presidente del Consiglio riguarda il referendum ormai alle porte. Le preoccupazioni di Giorgia Meloni crescono di giorno in giorno. Non tanto per i numeri – che oscillano – quanto per il clima. Se l’asse Santa Sede-Quirinale dovesse consolidarsi anche solo sul piano dei messaggi valoriali, l’effetto potrebbe essere dirompente sull’elettorato moderato, cattolico, quello più attento ai richiami morali e istituzionali.
Nei sacri palazzi si parla di “responsabilità” e “unità del Paese”. Parole che, tradotte in chiave politica, suonano come un invito implicito a frenare. A Palazzo Chigi, invece, il mantra resta quello della sovranità delle scelte governative. Ma il sospetto che qualcuno stia lavorando per raffreddare l’iniziativa italiana sul Board of Peace serpeggia eccome. Così come il fatto che il Vaticano muovendo i fili dell'elettorato cattolico possa diventare ago della bilancia del prossimo referendum.
La sensazione, confidano fedelissimi della premier, è quella di un accerchiamento soft: nessuna dichiarazione eclatante, nessuna scomunica laica, ma una trama di messaggi, incontri riservati, moral suasion. Meloni sa che lo scontro frontale con la Santa Sede sarebbe un errore strategico. Ma sa anche che non può permettersi di arretrare ora, a ridosso di una consultazione che potrebbe ridisegnare i rapporti di forza tra i principali poteri del Paese.
Così la partita si gioca sottotraccia. Tra diplomazie parallele, telefonate mai confermate e segnali lanciati con cura millimetrica. In attesa di capire se l’asse Oltretevere-Colle resterà suggestione o diventerà un fattore politico concreto. Di certo, nei palazzi romani, il clima è cambiato. E Giorgia Meloni, per la prima volta da mesi, si sente più sola. Contro qualcosa di più grande e silenzioso. La pallina sul piano inclinato ha cominciato a muoversi.
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