Politica
4 febbraio, 2026La verità è che la Lega salviniana esce mutilata: senza Vannacci perde la sponda più rumorosa a destra, perde il megafono ideologico e rischia di perdere soprattutto quel mezzo milione di voti che alle europee aveva tenuto in piedi la baracca nazionale
Il generale Vannacci se ne va da dietro la collina e non è un semplice addio: è una cannonata in pieno scafo al progetto della Lega nazionale di Matteo Salvini, quella creatura ibrida che il Capitano aveva allevato per spostare il partito sempre più a destra, oltre Meloni, oltre i confini della vecchia Padania, verso un sovranismo in mimetica e slogan da caserma. Con l’uscita del generale salta un pezzo di architettura politica, forse il pilastro principale: l’uomo simbolo della svolta identitaria prende e se ne va, lasciando Salvini con il cerino acceso e la bandiera in mano.
Nel partito del Nord non festeggiano – le esequie si celebrano sempre a bassa voce – ma poco ci manca. A Montecitorio i sorrisi sono stati coperti con il fazzoletto come a un funerale ben riuscito. Perché la verità, che nessuno osa dire davanti alle telecamere, è che la Lega salviniana esce mutilata: senza Vannacci perde la sponda più rumorosa a destra, perde il megafono ideologico e rischia di perdere soprattutto quel mezzo milione di voti che alle europee aveva tenuto in piedi la baracca nazionale.
Il colpo è doppio, politico e simbolico. Salvini aveva costruito attorno al generale il suo racconto: ordine, remigrazione, piazze muscolari, manifestazioni con i cattivi d’Europa come Tommy Robinson. Voleva trasformare la Lega in un partito–fortezza capace di inseguire Fratelli d’Italia sul suo stesso terreno. Ora quella strategia si sbriciola come intonaco vecchio. Senza il suo alfiere, la Lega nazionale appare per quello che è: un progetto personale del Capitano rimasto senza truppe.
A certificare la disfatta ci ha pensato Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera, voce del Nord che non ne poteva più: “Tagliamo ogni rapporto con chi si riconnette a ideologie violente e sconfitte dalla storia”. Una pietra tombale piazzata sul sogno salviniano di un partito spostato stabilmente a destra-destra. Tradotto: torniamo a casa, basta esperimenti in divisa.
È la rivincita della Lega dei governatori, quella che non ha mai digerito l’operazione caserma. Zaia, Fedriga, Fontana osservavano Vannacci come un corpo estraneo, un paracadutato. Salvini invece lo aveva incoronato vicesegretario, convinto di aver trovato il cavallo di Troia per espugnare l’elettorato meloniano. Risultato: il cavallo ha aperto il portellone e se n’è andato per conto suo, fondando associazioni personali, simboli alternativi. Un partito nel partito, un’amputazione annunciata.
Ora il progetto Lega nazionale barcolla. Senza il generale diventa difficile giustificare la svolta securitaria, le crociate sulla remigrazione, le adunate identitarie. I nordisti tornano a dettare l’agenda: autonomia, imprese, pragmatismo padano. Tutto l’opposto della linea salviniana degli ultimi anni. Il Capitano rischia di trovarsi segretario di un partito che non è più il suo.
Intanto Vannacci marcia verso il suo Futuro nazionale, lasciando dietro di sé macerie e dubbi. Qualche deputato tentenna, altri preparano il salto, ma il dato politico resta: l’addio del generale è il più duro colpo subito da Salvini da quando ha trasformato la Lega in un brand personale. Più di qualsiasi sconfitta elettorale, più di qualsiasi processo.
Nei corridoi di Roma gira una battuta feroce: “Salvini voleva conquistare l’Italia da destra e ha perso la Lega da Nord”. E mentre il Capitano posta video per farsi coraggio, la sua creatura nazionale si sgonfia come un pallone bucato. Il generale è sparito dietro la collina, ma l’eco del botto rimbomba ancora dentro casa sua.
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