Politica
25 marzo, 2026La premier ha chiesto esplicitamente un passo indietro a Santanchè, che però non è costretta a dimettersi. E allora prende quota l'ipotesi sfiducia in Parlamento. E il Movimento 5 stelle presenta una mozione contro la ministra: cosa farà ora il partito di Meloni?
Non è un invito: è una vera e propria esortazione. Probabilmente, non c’era mai stata una nota così irrituale come quella diffusa ieri - 24 marzo - nel tardo febbraio da Palazzo Chigi. In cui Giorgia Meloni, con il classico linguaggio formale della presidenza del Consiglio, mette di fatto Daniela Santanchè alla porta. La ministra del Turismo l’aveva più volte detto in passato: un passo indietro - era questo il ragionamento - solo se richiesto esplicitamente dalla premier, senza cedere alle richieste delle opposizioni che da oltre un anno chiedono le dimissioni della fedelissima di Ignazio La Russa. E proprio il presidente del Senato sarebbe stato il messaggero della richiesta proveniente dallo stato maggiore di Fratelli d’Italia e da Meloni in persona.
Ma cosa farà ora Santanchè, stretta in un vero e proprio assedio e abbandonata dal suo stesso partito, ora che è arrivata quella richiesta da parte di Meloni? “Domani il ministro Santanchè sarà regolarmente in ufficio: tutti gli appuntamenti sono confermati”, è la nota che esce alle 19:55 dal ministero del Turismo; una risposta esplicita arrivata alla fine di una giornata di chiamate e pressioni. Ed ecco che nove minuti dopo, alle 20:04, Meloni sceglie di rendere esplicita e pubblica la richiesta di dimissioni.
Santanchè ha dalla sua la Costituzione, che non dà al presidente del Consiglio la facoltà di rimuovere i propri ministri (sarà anche per questo che la destra al governo vuole a tutti i costi il premierato, che invece lo permetterebbe?). E quindi ora le opzioni sul tavolo sono due: o Santanchè decide di dimettersi in autonomia oppure sarà il Parlamento “a costringerla”. Il passo indietro sembrerebbe essere solo questione di tempo (e di modi ancora tutti da capire).
Intanto il Movimento 5 stells ha presentato stamattina una mozione di sfiducia nei confronti di Santanchè a prima firma Luca Pirondini. Ma, com'è noto e come già successo in passato, le opposizioni non hanno da sole i numeri per mandare a casa la ministra. Cosa farà Fratelli d'Italia? Si asterrà, lasciando quindi cadere la propria ministra ma con i voti delle opposizioni? Oppure Meloni insisterà affinché faccia un passo indietro, senza aspettare il voto in Parlamento?
Nell'Italia repubblicana c'è solo un precedente di sfiducia individuale nei confronti di un ministro, ed è quello di Filippo Mancuso, Guardasigilli del governo Dini. Era il 1995, e l’allora ministro venne mandato a casa da una mozione di sfiducia votata proprio dalla sua maggioranza. Ma quello Dini era un governo tecnico - Mancuso sarebbe stato eletto solo nel 1996 tra le fila di Forza Italia - e la sfiducia di un proprio ministro aveva un pegno politico meno importante rispetto a quello che la premier potrebbe pagare oggi. Le prossime ore saranno decisive per capire quale sarà la sorte di Santanchè su cui, oltre ai diversi guai giudiziari - a processo per falso in bilancio e indagata per truffa e bancarotta -, si aggiunge ora una grana politica di non poco conto.
Ma quello della ministra del Turismo è solo l’ultimo grattacapo che si è abbattuto su Meloni dalla sconfitta del referendum sulla Giustizia. Che all’indomani del risultato negativo delle urne sceglie di usare il pugno duro. Innanzitutto nei confronti del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e della capo gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, entrambi dimessisi e nelle ultime settimane alle prese con polemiche - Delmastro per la società con la figlia di Mauro Caroccia, prestanome dei Senese; Bartolozzi per l'uscita sui magistrati "plotoni d'esecuzione" - e entrambi con guai con la giustizia (Delmastro condannato in primo grado a otto mesi per rivelazione di segreto d'ufficio; Bartolozzi sotto inchiesta per il caso Almasri).
Ma ieri, nel corso delle oltre due ore di faccia a faccia tra il Guardasigilli e Bartolozzi e dopo che il ministro l’aveva pubblicamente difesa (“Non è in discussione”), sul tavolo ci sarebbero state anche le dimissioni dello stesso Nordio. Ma se Santanchè è sacrificabile, diverso (per ora) è il caso del ministro della Giustizia: troppo rischioso all’indomani della sconfitta a un referendum su una riforma che portava il suo nome. Ma oggi è un altro giorno. E mentre ogni ora potrebbe essere quella decisiva per vedere il secondo ministro alla porta del governo Meloni - il primo era stato Gennaro Sangiuliano - Nordio è atteso alla Camera per il Question time. Che più di un Question time, si trasformerà con ogni ragionevole certezza nell’ennesimo scontro con le opposizioni.
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