Politica
4 marzo, 2026Articoli correlati
Con la guerra tra Stati Uniti e Iran, il referendum rischia di scomparire dai radar. A Palazzo Chigi la preoccupazione non è solo diplomatica, ma squisitamente politica
Il rombo dei caccia rischia di coprire quello delle urne. A Palazzo Chigi la preoccupazione non è solo diplomatica, ma squisitamente politica: la guerra innescata da Donald Trump contro l’Iran potrebbe travolgere il referendum sulla giustizia. Secondo fonti parlamentari, nei sondaggi riservati che circolano tra ministeri e gruppi di maggioranza, il fronte del No sarebbe in vantaggio. Non un distacco abissale, ma sufficiente a far scattare l’allarme. In uno scenario del genere, la campagna mediatica diventa decisiva. E qui si innesta il primo problema: con una crisi militare internazionale in corso, l’agenda dei media cambia radicalmente.
Talk show occupati da analisti geopolitici, aperture dei telegiornali dedicate a bombardamenti e vertici Nato, approfondimenti su scenari di escalation: lo spazio per spiegare i quesiti referendari si assottiglia fino quasi a scomparire. Per il governo significa meno possibilità di rimonta, meno occasioni per mobilitare l’elettorato e più rischio di astensione.
Il fattore Trump: alleato strategico o zavorra elettorale?
Il secondo livello di preoccupazione riguarda il rapporto politico tra Giorgia Meloni e Trump. Negli ultimi anni la premier ha investito molto sull’asse con Washington, accreditandosi come punto di riferimento europeo per l’area conservatrice americana. Una scelta che ha rafforzato il suo profilo internazionale e consolidato il legame atlantico.
Ma una guerra contro l’Iran cambia la percezione. In Italia le operazioni militari in Medio Oriente sono storicamente guardate con scetticismo, quando non con aperta contrarietà. Se il conflitto dovesse intensificarsi, l’immagine di Trump potrebbe diventare ancora più divisiva nell’opinione pubblica nazionale.
Il rischio politico è evidente: l’opposizione potrebbe trasformare il referendum sulla giustizia in un giudizio indiretto sulla linea internazionale del governo. Il messaggio sarebbe semplice e potente: votare No per mandare un segnale anche sulla guerra. Un cortocircuito che a Palazzo Chigi temono più di qualsiasi comizio avversario.
Basi Nato in Italia, il dossier più esplosivo
Ma il retroscena più delicato riguarda le basi Nato presenti sul territorio italiano. Secondo quanto filtra da ambienti informati, da Washington sarebbe già arrivato un segnale preliminare sulla possibilità di utilizzare infrastrutture militari in Italia in caso di ulteriore escalation contro l’Iran. Non una richiesta formale, almeno per ora. Piuttosto un preavviso politico, una comunicazione preventiva per sondare il terreno. Quanto basta, però, per aprire un fronte interno potenzialmente devastante.
Concedere l’uso operativo delle basi significherebbe, di fatto, entrare nella dinamica del conflitto. Anche se formalmente si tratterebbe di cooperazione nell’ambito delle alleanze, politicamente verrebbe percepito come un coinvolgimento diretto dell’Italia nella guerra. Con tutti i rischi del caso. E in piena campagna referendaria la questione potrebbe incendiare il dibattito pubblico. Perché gli italiani delle guerre di Trump non ne vogliono sapere. Concedere l'utilizzo delle basi allo Zio Sam significherebbe mettersi contro la gran parte della pubblica opinione.
Le opposizioni sono pronte a cavalcare il tema. Manifestazioni pacifiste, interrogazioni parlamentari, accuse di subalternità a Washington: lo scenario che si disegna è quello di un clima teso e polarizzato, capace di spostare consenso proprio nei giorni decisivi prima del voto.
Tra fedeltà atlantica e consenso interno: l’equilibrio impossibile
La premier si trova così davanti a un equilibrio complesso. Da un lato la necessità di mantenere saldo il rapporto con gli Stati Uniti e di non indispettire il fin troppo suscettibile Donald Trump, incrinando la credibilità internazionale dell’Italia. Dall’altro la consapevolezza che una percezione di coinvolgimento nella guerra potrebbe avere un costo elettorale immediato che si scaricherebbe sul referendum.
Per questo la linea ufficiale resta improntata alla prudenza: dichiarazioni misurate, richiami alla diplomazia, sottolineatura del ruolo delle alleanze senza toni bellicosi. Ma dietro le quinte il calcolo politico è serrato. Ogni parola viene pesata, ogni scelta valutata anche in chiave referendaria.
Il referendum sulla giustizia, nato come battaglia tecnica su norme e procedure, rischia così di trasformarsi in qualcosa di molto più ampio: un test politico sulla leadership di Meloni e sulla sua collocazione internazionale. La guerra tra Trump e l’Iran non è solo una crisi geopolitica lontana. È un fattore che può incidere direttamente sulle urne italiane. E a Palazzo Chigi lo sanno bene: quando la politica interna si intreccia con le tensioni globali, basta una scintilla – magari partita da una base Nato in Italia– per cambiare il corso di una campagna elettorale.
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