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5 marzo, 2026La scena di Malinin accanto al padre e quella di Lollobrigida con il figlio sono due facce della medesima cultura: da un lato la paura di deludere, dall’altro l’obbligo di conformarsi perfino nella felicità. In entrambi i casi, il corpo diventa campo di giudizio
La fotografia olimpica che ha fatto il giro del mondo ritrae Ilia Malinin, talento del pattinaggio artistico, seduto accanto al padre Roman Skorniakov, anche lui ex olimpionico e oggi allenatore, subito dopo aver appreso di essere fuori dal podio. Skorniakov si copre la testa con le mani; il figlio lo osserva come in cerca di un’assoluzione. È un’immagine composta, quasi epica: nel capo piegato del padre si concentra un’idea di fallimento che supera l’individuo e investe un intero dispositivo affettivo.
Malinin porta il cognome della madre nella forma russa, Tatiana Malinina, anche lei ex campionessa e allenatrice, ma in quella fotografia cerca lo sguardo paterno dopo un punteggio che lo relega all’ottavo posto. È cresciuto in una famiglia in cui il ghiaccio è lingua comune, trasmissione probabilmente di impegno e di fatiche che non possiamo immaginare. In questi contesti la sconfitta non è mai soltanto sportiva: può aprire una frattura nel progetto familiare. Dopo la gara, alcuni contenuti pubblicati e poi rimossi su TikTok da Ilia hanno lasciato intravedere un malessere più profondo. L’ansia da prestazione, in questi casi, non nasce solo dal desiderio di vincere, ma dal timore di essere ridotti a fallimento. Lo psichiatra e psicoanalista Leonardo Mendolicchio, nel libro “Diventerai uomo. Crescere un figlio oltre il mito della virilità” (Mondadori), osserva come continuiamo a educare soprattutto i figli maschi dentro un dogma che lega il valore alla riuscita. La funzione paterna, in questa prospettiva, non dovrebbe coincidere con la spinta alla performance, ma con la legittimazione del limite: un figlio deve poter perdere senza perdere sé stesso, poter incontrare la fragilità dei padri.
«Eppure è proprio lì che si rivela qualcosa di essenziale. Quando il castello della riuscita si sgonfia, emerge la nudità della persona: la tempra», non la vetrina. Mostrare il fallimento non significa esibirlo per ottenere consenso in un’economia dell’attenzione che premia la “sporcatura” perché a richiederlo è l’algoritmo. Significa riconoscerlo nella relazione, sottraendolo al mercato del gradimento. All’estremo opposto, la pattinatrice Francesca Lollobrigida ha conquistato due ori olimpici. Anni di disciplina condensati in un gesto imprevisto: l’abbraccio al figlio subito dopo la vittoria, durante le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Un atto sincero quanto scomposto che restituisce senso alla fatica.
E tuttavia anche questo è stato trascinato nel tribunale dei social e dei talk: giudizi sul bambino considerato “non educato”, insinuazioni sulla madre che si è quasi dovuta scusare, come se la gioia dovesse rispettare un protocollo. Siamo sorvegliati nella maternità, esposti nella vittoria, misurati nella sconfitta. Fatichiamo ad ammettere che una persona possa essere, nello stesso istante, atleta e figlio, padre e coach con delle aspettative, madre e campionessa, successo e limite. La scena di Malinin accanto al padre e quella di Lollobrigida con il figlio sono due facce della medesima cultura: da un lato la paura di deludere, dall’altro l’obbligo di conformarsi perfino nella felicità. In entrambi i casi, il corpo diventa campo di giudizio. Il ghiaccio ci ha mostrato, paradossalmente, che non l’assenza di cadute, ma la possibilità di rialzarsi senza condanne, è la vittoria senza retorica. E, specularmente, non l’apoteosi della vittoria, ma la libertà di viverla senza doversene difendere.
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