Tra Piemonte, Lombardia ed Emilia, i gas serra generati dalle aziende e dai trasporti avvelenano l’aria e creano una cappa. Peggiorata dalla scarsa ventilazione di quest’area geografica. E le imprese stesse ora studiano come abbattere le emissioni

Nebbia in Valpadana, si diceva anni fa per indicare qualcosa di ovvio. Poi la nebbia è diventata smog: «Ma oggi lo smog non c’è più», nota Gianni Tamino, ambientalista di lungo corso. E non è una buona notizia: «Per la siccità il terreno è meno umido, quindi lo è anche l’aria; per questo non si forma più la nebbia. Però, se faccio una fotografia satellitare della pianura padana, vedo un colore omogeneo, un grigio-giallino. Non possiamo più chiamarlo smog perché di quella parola, composta da “smoke” e “fog”, è rimasto solo il fumo: uno strato di ossidi d’azoto e polveri sottili».

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Dove c’è industria c’è combustione, quindi fumo, cioè inquinamento. E dove ci sono così tanti impianti come nella pianura padana è normale che d’inquinamento ce ne sia molto. Se a ciò si aggiungono i cambiamenti del clima, che aggravano i problemi di una posizione geografica poco ventilata, l’effetto è quello di una macchina lasciata accesa in un garage. Sebbene gli ambientalisti adottino spesso forme di protesta eclatanti, su questo punto sembra esserci rassegnazione.

Ma il rischio di conseguenze economiche ha spinto gli industriali stessi a cercare una soluzione. A novembre l’associazione che unisce le aziende più inquinanti (definite “hard to abate” perché ridurre le loro emissioni è particolarmente difficile) ha presentato al governo un piano, preparato da Boston Consulting Group e Interconnector Energy Italia, per ridurre l’impatto ambientale.

La riduzione passa attraverso tre leve tradizionali (efficienza energetica, economia circolare e combustibili a bassa intensità carbonica) e tre strategiche (elettrificazione, combustibili come idrogeno o biometano e tecniche di Ccs, cioè cattura, stoccaggio e riutilizzo dell’anidride carbonica). Un piano ambizioso che prevede grandi investimenti e finanziamenti pubblici. E soprattutto richiede tempo: troppo, rispetto ai continui allarmi per l’inquinamento atmosferico che supera i limiti imposti dall’Unione europea nel tentativo di contenere le sostanze più pericolose a livelli compatibili con la salute umana.

Eppure, ogni volta che scatta l’allarme nelle città padane, sindaci e ambientalisti parlano solo di misure che riguardano comportamenti individuali: servizi pubblici, auto elettriche, caldaie poco inquinanti. Stop a barbecue, caminetti, sigarette alla fermata dell’autobus. Nessuno è obbligato a diventare vegano, ma si chiede una stretta sugli allevamenti intensivi.

E il fumo delle industrie non preoccupa? «Noi chiediamo da sempre maggiori controlli, ciò significa anche aumentare gli organici e i poteri delle Arpa», risponde Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia. Nell’ultima edizione del rapporto “Mal’aria”, presentata a gennaio, emerge che tutte le città gravemente inquinate del nostro Paese sono nella pianura padana. «Il report si basa sull’inquinamento misurato nelle città, ma è evidente che questo riflette le emissioni prodotte in un ampio territorio circostante: specie durante i periodi invernali, con l’accumulo d’inquinanti legato al fenomeno dell’inversione termica».

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Ai fumi delle ciminiere si aggiunge un altro tipo d’inquinamento legato alle industrie: quello prodotto dal flusso interminabile di camion che trasportano materie prime e merci. A spiegare il loro apporto è Riccardo De Lauretis dell’Ispra (Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale): «Per quanto riguarda le “emissioni esauste”, generate direttamente dalla combustione, il progressivo rinnovo del parco circolante porterà a una riduzione di ossidi di azoto e particolato (Pm10). Le emissioni “non exaust”, dovute all’usura di freni e pneumatici, invece, sono collegate al trasporto su gomma qualsiasi sia la forma di alimentazione dei motori. Le politiche intraprese finora per spostare il trasporto dalla strada ad altre modalità non hanno avuto grande successo. Sono inevitabili, però, se si vorranno rispettare gli obiettivi di mitigazione delle emissioni a medio e lungo termine».

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Questi obiettivi sono decisi dall’Ue, che «stabilisce i limiti di inquinamento permessi e rilascia le autorizzazioni prima dell’apertura di ogni nuovo impianto», come ricorda Alberto González Ortiz della European Environment Agency. Ai singoli Stati spetta l’applicazione delle regole, che sono uguali per tutto il territorio dell’Ue: non importa se un impianto è isolato in cima al Monte Ventoso o se si trova in un distretto affollato e poco areato. «Anche il trasporto su rotaia, che porterebbe a diminuire l’inquinamento da traffico legato alle attività industriali, richiede decisioni e investimenti statali», conclude Gonzáles. Nelle mani di chi amministra una città, quindi, restano solo i comportamenti individuali. Ma così la protezione dell’ambiente finisce per essere sentita come una condanna dai cittadini, obbligati a revisioni e cambi di auto, riscaldamenti ridotti, domeniche a piedi e altri “pannicelli caldi” che risolvono ben poco.

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L’alternativa? «Ripensare i modelli di produzione, i cui livelli attuali sono insostenibili nel lungo periodo, e consumo». Per combattere la “Mal’aria” «è necessario ripensare i processi industriali le cui emissioni non appaiono altrimenti contenibili». Sembrano parole di Tamino, che alla “Decrescita” ha dedicato anni fa un saggio, ma le citazioni vengono da un rapporto dell’Ispra sulle strategie per ridurre i gas serra. Finché non verranno applicate, sarà come vivere in un garage.

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