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settembre, 2020

Fincen Files: i segreti di Felix Sater, l'uomo di Donald Trump a Mosca tra Cia e tesori kazaki

Felix Sater
Felix Sater

Il manager al centro del Russiagate ha gestito negli Usa fiumi di denaro sospetto per le famiglie di due ricchissimi ricercati dal Kazakhstan. Che mandano soldi anche ad Alma Shalabayeva, la presunta perseguitata che ha fatto incriminare la polizia italiana. Ecco la nuova inchiesta dell'Espresso con il consorzio Icij

Felix Sater
Il 31 luglio 2015 la signora Alma Shalabayeva riceve un bonifico di 100 mila dollari, sul suo conto all’Unicredit di Milano. È la moglie di Mukhtar Ablyazov, l'ex banchiere da tempo fuggito dal Kazakhstan, dove è ricercato con l'accusa di di aver rubato una montagna di soldi, più di tre miliardi, alla banca statale Bta. In quel periodo il marito è in carcere in Francia, dove si dichiara «perseguitato politico dal regime kazako» per evitare l'estradizione in Russia, che poi non verrà concessa. Due anni prima la moglie era stata protagonista di una clamorosa espulsione dall’Italia, poi annullata: un presunto abuso che ha convinto un magistrato di Perugia a incriminare alcuni dei più importanti dirigenti della polizia italiana, tuttora sotto processo penale.

A mandarle quei soldi alla signora Shalabayeva è il genero, Ilyas Khrapunov, sposato con la figlia Madina. Lui è il figlio di Viktor Khrapunov, l'ex sindaco di Almaty, la capitale kazaka, a sua volta accusato in patria di peculato e corruzione, scappato nel 2008 in Svizzera con la moglie e due figli, tra cui Ilyas. Che invia quel gruzzolo da un suo conto alla banca Rotschild di Ginevra. Pochi giorni dopo, il 5 agosto, manda alla suocera Alma altri 25 mila dollari, questa volta in Lettonia, sulla Deutsche Bank Trust. Sono cifre non elevate, che però si inseriscono in flussi di denaro vorticosi, per milioni di dollari, che fanno capo alla famiglia Khrapunov. Oltre che al loro parente più ricco, l'ex banchiere Ablyazov, quei bonifici portano a un partner d'affari di Trump. Si chiama Felix Sater, nato a Mosca nel 1966, emigrato negli Stati Uniti a sei anni.

A rivelare i protagonisti e la portata di questi giri di soldi, descritti dalle banche interessate come «anomali» e «sospetti», sono i Fincen Files: documenti riservati ottenuti da BuzzFeed News e condivisi con il consorzio Icij, famoso per i Panama Papers, rappresentato in Italia dall'Espresso.

Finora i big kazaki sono usciti indenni da tutte le bufere giudiziarie. In patria l'ex sindaco Viktor Khrapunov è stato condannato a 17 anni di galera (mai scontata) con l'accusa di aver svenduto immobili pubblici a entità controllate da lui stesso o da parenti. Presunto bottino: 300 milioni di dollari, reinvestiti tra Svizzera e Usa. Inseguito da un mandato di cattura dell'Interpol, si è rifugiato con la famiglia a Ginevra e poi in California. Dove le corti americane, dopo lunghi processi, hanno respinto le richieste di sequestro dei beni. Le autorità kazake, secondo l'ultima sentenza dell'aprile scorso, non hanno fornito prove certe dell'origine illecita di quelle ricchezze, cioè che siano frutto dei reati commessi in Kazakhstan. Stesso epilogo in Svizzera, dove l'inchiesta sui Khrapunov è stata archiviata nel 2019, dopo sette anni di sfide legali.

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Ora i Fincen Files svelano i segreti finanziari di questi illustri espatriati. Ablyazov, condannato a 20 anni in Kazakhstan, ma da tempo libero in Francia, controlla centinaia di società offshore che hanno manovrato più di 600 milioni di euro. Alcune sono intestate a sua figlia Madina. Anche il marito Ilyas Khrapunov, il figlio dell'ex sindaco, è al centro di svariati rapporti dell'anti-riciclaggio. In un memorandum definito «sensitive», molto delicato, e destinato all’Fbi, un grafico a colori disegna la piramide familiare dei Khrapunov come un network, con tutte le offshore a loro attribuite. In basso, una freccia porta a Felix Sater. A sua volta collegato con una delle sue più celebri operazioni immobiliari: Trump Soho, a New York. Ilyas e Madina, la coppia d'oro che unisce i due clan kazaki, avevano anche carte di credito dell'American Express, finanziate però non da loro, ma da un conto di Sater.

Alle domande dei giornalisti di Icij, ha risposto Ilyas Khrapunov, anche a nome dei parenti: senza entrate nel merito dei fatti, ha detto che tutta la sua famiglia è vittima di un «corrotto regime autoritario», facendo notare che le «futili richieste di risarcimenti» delle autorità kazake «sono state respinte dai tribunali americani». Dagli Ablyazov ancora nessuna risposta alle domande inviate dal consorzio più di un mese fa. Mentre Felix Sater annuncia interviste per negare qualsiasi ipotesi di riciclaggio.

Il manager ha alle spalle una vita avventurosa. Emigrato dalla Russia, cresce a Brighton Beach, a sud di Brooklyn, nella zona soprannominata Little Odessa, il quartiere degli esuli dall'allora Unione sovietica. Qui diventa amico di Michael Cohen, futuro avvocato di Trump. Dopo un corso di contabilità alla Pace University, eccolo affrontare Wall Street: lavora per la banca d'affari Bear Stearns. Nel 1991, a 25 anni, una rissa in un bar di Manhattan rischia di troncargli la carriera: Felix stacca lo stelo da un bicchiere e ferisce al viso un cliente. Si prende un anno di prigione e perde la licenza di operatore di borsa. Nonostante l'infortunio, ricomincia a fare finanza, ma fuori dalle regole. Scoperto, viene condannato per una frode da 40 milioni di dollari. Addio libertà? No, perché Sater riesce a convincere il giudice, Leo Glasser, a commutargli la pena in una multa di soli 25 mila dollari.

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Naturalmente c'è un retroscena, pesante. Felix è stato per anni un informatore dell’Fbi, con il nome in codice di “quarterback”, un ruolo del football americano. E poi ha lavorato per la Cia, che lo ha reclutato (come spiega lui stesso nell’accordo di collaborazione con le autorità Usa) attraverso un agente a Mosca della Dia: Defence intelligence agency, il servizio segreto dell'esercito statunitense. Una delle sue missioni vincenti riguarda l'Afghanistan. I suoi avvocati, in una memoria, la rievocano così: «Sater ha aiutato la Cia a far recuperare dei missili americani Stinger, per non farli finire ai talebani... In Asia centrale è riuscito a ottenere i numeri di serie». Un retroscena rivelato da Fabrizio Calvi nel suo libro su Trump, da poco uscito in Francia (“Un parrain à la Maison Blanche”: un padrino alla Casa Bianca).

Quindi, con quelle protezioni alle spalle e un'aura di mistero, Sater rientra nel mondo degli affari. Diventa dirigente del gruppo immobiliare Bayrock. Che piazza il suo quartier generale al 26esimo piano della Trump Tower di New York, sede centrale e simbolo dell'impero immobiliare dell'attuale presidente americano. Sater si presenta come «sviluppatore di progetti edilizi». Ed esibisce un biglietto da visita eloquente. In alto c'è una grande scritta in stampatello, Trump; sotto, il suo nome, Felix Sater; e una riga più in basso, l'azienda, Trump Organization.

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Il culmine della fama lo raggiunge cinque anni fa, quando insieme all'amico avvocato Cohen si attiva per un colpo da maestro: avvicinare l’entourage di Vladimir Putin per costruire una Trump Tower a Mosca. Felix punta sul miliardario Arkady Rotenberg, vicinissimo al leader russo, come possibile socio finanziatore. E il 3 novembre 2015 scrive all'avvocato di Trump un messaggio memorabile, ricostruito nell'inchiesta sul Russiagate: «Amico mio, il nostro ragazzo può diventare presidente degli Stati Uniti e noi possiamo contribuire. Devo convincere tutta l’equipe di Putin...». Poi Sater cerca altri finanziatori. Ma non riesce a organizzare un incontro decisivo a Mosca fra Putin e Trump. Quindi l'affare salta. Trump diventa presidente. E ora Felix rispunta nei Fincen Files, in mezzo ai tesori kazaki.

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