Nel centro di reclusione Due palazzi a Padova sono 150 i detenuti che producono panettoni, distribuiti in tutta Italia, ma anche valigie e penne usb, alle dipendenze della cooperativa sociale Giotto. Con stipendi che vanno dagli 800 ai mille euro. Ecco le loro storie
Il profumo della libertà è quello di un panettone. Che sorprende, dopo aver superato cinque cancelli d'acciaio per entrare in un carcere come tutti gli altri: grigio, sovraffollato, triste. Ma qui ci sono i panettoni: ne vengono sfornati più di 60 mila all'anno, distribuiti in tutta Italia, per clienti che vanno dal papa al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Piccoli capolavori: l'ultimo è quello al Kir, una ricetta premiata anche dai palati chic del Pitti Taste di Firenze.
Siamo a Padova, nel centro di reclusione Due Palazzi, dove la cooperativa sociale Giotto è riuscita in un miracolo: dare un senso alla carcerazione. Oggi a lavorare dietro le sbarre sono in 150. Non c'è solo la pasticceria, nei tre capannoni trasformati in officine al centro del penitenziario. Si producono biciclette, valigie, filtri, penne usb, e un call center risponde ai cittadini per conto della Asl. Lavori veri, che garantiscono ai detenuti stipendi che vanno dagli 800 ai mille euro. Un miraggio anche per molti che sono fuori, di questi tempi.
Per i dipendenti di Giotto lo stipendio non è l'unico stimolo. Quelle otto ore in cui possono muoversi liberamente tra laboratori, macchine e cucine gli concedono un modo diverso di vivere il tempo. Una questione fondamentale per chi deve scontare pene che arrivano all'ergastolo. «Nelle sezioni di reclusione si passa la giornata senza aver nulla da fare: sempre gli stessi discorsi, gli stessi litigi», racconta Alessandro, responsabile dell'officina biciclette: «Qui invece abbiamo delle responsabilità, dei prodotti da consegnare. E devono essere fatti bene», chiosa con orgoglio. C'è chi, come Zang, vorrebbe lavorare anche la domenica. Perché «le feste sono il momento più triste. Siamo soli, e anche lo stabilimento deve chiudere», racconta Bledar. Lui, ergastolano, da quando lavora per Giotto dice di essere cambiato: «Ho imparato cosa significa avere un mestiere onesto. Oggi prendo uno stipendio, pago le tasse e mantengo la mia famiglia in Albania».
Nel corridoio d'ingresso al penitenziario, dove 900 detenuti dormono in celle che ne dovrebbero ospitare 500, sopra l'ultimo cancello c'è una frase di Dante: "Fatti non foste per viver come bruti". E le storie di Giotto raccontano come può funzionare un carcere che rieduca veramente. «Ho rivisto mio figlio pochi giorni fa, dopo 15 anni di separazione. Come potrei guardarlo negli occhi e pensare di dargli un'educazione se non facessi niente dalla mattina alla sera?» dice Francesco, 23 anni di pena, gli ultimi due passati a lavorare per la cooperativa.
Oggi Consorzio Rebus, che ingloba Giotto e altre piccole realtà, chiude il bilancio con quasi 20 milioni di euro di fatturato e impiega 450 dipendenti: dal 1991 nei suoi laboratori sono passati 700 detenuti. «Tutto è iniziato con un orto botanico, che abbiamo aperto al centro del penitenziario a metà anni '80», spiega Nicola Boscoletto, presidente del consorzio: «Man mano le attività sono cresciute. Ormai io passo più tempo in carcere che fuori, perché il lavoro da smaltire è tanto». Tutta la popolazione del carcere, in qualche modo, ne gode: da quando la cucina è gestita da Giotto, racconta Boscoletto, «i pasti vengono letteralmente spazzolati. Per la prima volta tornano dalle celle vuoti, senza avanzi». E come dolce, per Natale, c'è un panettone da vip: il loro.