Una mostra di pittura sulle piante e le forme della vita inaugura i nuovi spazi dell’Orto di Padova. Tra serre e erbari delle meraviglie inseriti nei luoghi patrimonio dell'umanità dell'Unesco

Sono nati proprio per rendere omaggio al giardino più famoso del mondo, i quadri di Giovanni Frangi che compongono “Alles ist blatt” - tutto è foglia - la mostra di pittura con cui l’orto botanico di Padova ha scelto di festeggiare i nuovi spazi.

Un inedito connubio tra arte e botanica, già sperimentato dal pittore appassionato di giardini: sono sue, tra l’altro, le opere dedicate ai Botanical Gardens di Pasadena, già esposte in molti musei europei. Il titolo della mostra è un esplicito omaggio alle teorie di Goethe sulle foglie come elemento centrale della pianta che dà forma a tutti gli altri organi. Un’ipotesi che il poeta abbozzò proprio a Padova, ispirato dalla più antica pianta dell’Orto, una palma del 1585 che oggi porta il suo nome.

[[ge:rep-locali:espresso:285139338]]“Alles ist blatt” rimane aperta fino al 15 gennaio, ma ha già chiamato oltre ventimila visitatori solo la prima settimana nell’elegante struttura circolare dell’orto, cresciuta a pochi metri dalle basiliche che oggi si riflettono nelle pareti scintillanti dei nuovi spazi che ospitano la mostra, le serre e i laboratori. E si è subito affermata come eccellenza europea da imitare, riconosciuta da ricercatori come Linneo che ha voluto dedicare proprio ai prefetti dell’orto la denominazione di alcune piante. È nata qui, tra l’altro, la fortuna di specie esotiche come il caffè, diffuso in Italia agli inizi del 1600 dal botanico padovano Prospero Alpin.

[[ge:rep-locali:espresso:285139356]]Dopo anni di alterne fortune, nel 1997 l’Unesco ha riconosciuto l’Orto patavino come patrimonio mondiale dell’umanità, dando nuovo slancio alla struttura. Nasce così un progetto ambizioso, costato oltre 20 milioni di euro e arrivato a compimento dopo oltre dieci anni di lavori e qualche falsa partenza: già inaugurate nel 2013, le serre sono rimaste chiuse fino al settembre 2014.

Le polemiche sul costo del biglietto, appena raddoppiato, sono solo le ultime in ordine di tempo. Ma non appannano lo splendore del nuovo edificio, un colosso di vetro e acciaio che appare agli occhi del visitatore che attraversi la collinetta tagliata che separa le nuove serre dall’antico orto, più volte ferito dal maltempo ma ancora fascinoso.

La struttura, che porta a 37 mila metri quadrati la superficie complessiva dell’orto, accoglie 1300 specie vegetali. Un piccolo assaggio di un mondo, quello delle piante, che rappresenta oltre il 99 per cento di quanto vive sulla terra. Leonardo da Vinci non ha certamente visto i quadri di Frangi ma il suo commento, in un grande pannello all’interno delle serre, rende l’idea di quello che prova il visitatore immergendosi in questi spazi traboccanti di forme e colori: «È tanto dilettevole natura e copiosa nel variare che infra gli alberi della medesima natura non si troverebbe una pianta ch’appresso somigliasse all’altra, e non che le piante, ma li rami o le foglie o li frutti, si troverà uno che precisamente somigli all’altro».

Nelle serre, le piante non sono disposte in modo sistematico, ma sono «distribuite in modo da permettere al visitatore di viaggiare attraverso i biomi del pianeta», spiega il direttore della struttura Giorgio Caradoro, che porta con orgoglio il titolo antico di prefetto. Ci si può avvicinare dall’alto, grazie ai camminamenti, che offrono un colpo d’occhio sulle serre più grandi, e raccontano le storie dei grandi botanici del passato. O esplorare gli ambienti, e percepire sulla pelle i cambiamenti di temperatura e umidità, che scandiscono le tappe del viaggio, dalle zone tropicali ai climi temperati e ai deserti dell’africa e delle Americhe. Piante imponenti e fiori tropicali colpiscono per forme e colori, mentre servono i suggerimenti degli esperti per cogliere rarità come la Welwitschia mirabilis, o “pianta che non può morire”, che cresce nel deserto del Kalahari ed è arrivata in dono dall’orto botanico di Napoli: due minuscole foglioline a forma di nastro che però, spiegano i botanici, continuano a crescere dalla base per tutta la vita della pianta, mentre si seccano e si sfaldano alle estremità.

Che la scienza delle piante non fosse noiosa l’aveva già scoperto Linneo, che all’epoca ebbe qualche noia per aver descritto in modo troppo realistico alcuni organi sessuali delle piante. Qui ad attirare i visitatori, oltre ai dipinti di “Alles ist blatt», ci sono i percorsi didattici - come “Le piante e l’uomo” curato da Telmo Plevani - che raccontano la nostra convivenza con i vegetali, dall’etnomedicina ai robot ispirati a strutture vegetali. E la app che permette di dialogare con gli ambienti e le piante col telefonino - grazie all’utilizzo della nuova tecnologia iBeacon - per costruire una visita guidata personalizzata, da approfondire poi sul sito (www.ortobotanicopd.it).

Ma il vero fiore all’occhiello della struttura sono i laboratori, che dovrebbero ridare all’Orto il suo ruolo di centro di ricerca internazionale. «Uno dei primi obiettivi è quello di lavorare sugli erbari antichi», spiega Caradoro: «Da studiare con analisi molecolari e fitochimiche per individuare eventuali errori di classificazione, ma anche per capire quali specie sono scomparse nel corso dei secoli». In prospettiva c’è il progetto di un dottorato internazionale, nell’immediato la collaborazione con Expo, che ha affidato all’Università di Padova la mostra sull’identità italiana attraverso le piante.