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22 gennaio, 2026La deputata di 29 anni, a L'Espresso, rivendica il diritto di scelta del suo popolo. E spiega perché non è da escludere un dialogo con Trump e gli Stati Uniti
Coercizione, annessione, sfruttamento. Se alle dichiarazioni di Donald Trump seguisse sempre la loro attuazione, la Groenlandia si accingerebbe ai diventare il 51esimo degli Stati Usa. Tra i ghiacci riecheggerebbe il suo slogan “drill, baby, drill” - trivella, tesoro, trivella -, con danni irreversibili all’ecosistema artico. E il diritto internazionale, ancora una volta, verrebbe ridicolizzato dalla Casa Bianca. Non è successo, ancora. Ogni giorno Washington rinnova le sue mire espansionistiche e, dopo l’estrazione di Nicolas Maduro e il “commissariamento” del petrolio venezuelano, è cresciuto il rischio di interventi eslegi. Alcuni Paesi europei si mobilitano, con invii simbolici di propri contingenti militari sull’isola autonoma del Regno di Danimarca. L’inedita esposizione internazionale ha già influenzato la vita dei 60 mila groenlandesi. Per Aki-Matilda Høegh-Dam, «non è Trump ad aver creato l’importanza della Groenlandia, ma è vero che ha costretto il mondo a guardarci». La deputata groenlandese ha 29 anni ed è contemporaneamente membro del Folketing, il Parlamento danese, e dell'Inatsisartut, il Parlamento groenlandese. Eletta la prima volta nel 2019, recentemente ha cambiato partito, aderendo a Naleraq. Si tratta dell’unico soggetto politico all’opposizione nell’Inatsisartut, fortemente indipendentista, criticato dai rivali per i contatti con la galassia trumpiana.
Come stanno vivendo i groenlandesi questo ciclone mediatico internazionale?
«Per noi groenlandesi, Kalaallit Inuit, questo momento è intenso e profondamente destabilizzante. Essere descritti come un territorio anziché come un popolo non è qualcosa di astratto. Riapre ferite storiche. La Groenlandia è stata colonizzata dalla Danimarca e sottoposta ad abusi gravi e documentati, e sappiamo per esperienza diretta che il linguaggio geopolitico si traduce in conseguenze reali per le persone. Questo momento ha imposto una discussione ormai non più rinviabile su rappresentanza e autorità. Oggi la Groenlandia ha un proprio ministro degli Esteri e istituzioni elette. Deve essere chiaro che sono i groenlandesi a parlare per la Groenlandia, non i danesi o gli americani».
Il presidente statunitense ha ripetuto più volte di voler annettere l'isola artica, senza escludere costrizioni economiche e, in passato, anche militari. Lei è fortemente indipendentista, ma non è più rassicurante mantenere l'attuale status e restare così sotto le clausole di protezione dell'Unione europea?
«Prima di tutto, la Groenlandia non fa parte dell’Unione europea. La Danimarca sì. La Groenlandia ha lasciato le Comunità europee decenni fa, diventando il primo territorio a farlo. L’idea di una “protezione” dell’Ue si basa quindi spesso su un fraintendimento. Ma soprattutto: la sicurezza non nasce dall’essere posseduti o rappresentati da altri. Nasce dal riconoscimento come attore politico, con una propria voce, proprie alleanze e proprie responsabilità. La Groenlandia è aperta alla cooperazione con i Paesi europei, la Nato e partner internazionali. Ma lo status quo non è rassicurante per chi lo vive dall’interno. Per i groenlandesi, lo status quo è un quadro coloniale con squilibri di potere irrisolti. Se vogliamo parlare seriamente di difesa dell’ordine internazionale basato sulle regole, dobbiamo prendere sul serio anche il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il diritto internazionale e i diritti umani non sono un menu dove scegliere solo ciò che conviene».
Come può una maggiore indipendenza, per un Paese di 60mila abitanti e in un contesto in cui il diritto internazionale viene spesso ignorato, tradursi in maggiore sicurezza? Non è controintuitivo?
«Ciò che è davvero controintuitivo è l’idea che il colonialismo equivalga alla sicurezza. Quando le decisioni vengono prese su di te, senza di te, l’insicurezza cresce. Oggi i leader occidentali condannano gli Stati Uniti, ma in tanti dimenticano un modello ben documentato: il diritto internazionale è stato ripetutamente piegato, aggirato o apertamente violato proprio dagli Stati più potenti. Per decenni l’Occidente ha distolto lo sguardo dagli atti disumani commessi nel mondo. Ora ne stiamo affrontando le conseguenze a lungo termine: un doppio standard in cui il diritto internazionale è stato trattato come un’opzione, finché non sono stati minacciati gli interessi occidentali stessi. Questo non significa abbandonare il diritto internazionale. Significa esattamente il contrario: dobbiamo finalmente prenderlo sul serio e garantire responsabilità per ogni violazione, indipendentemente da chi la commette. Un maggiore controllo groenlandese sulla politica estera e di sicurezza è protetto dal diritto internazionale. Questa chiarezza stabilizza le società».
Lei è membro dell’unico partito di opposizione nel parlamento groenlandese, Naleraq. E con il suo seggio nel parlamento danese ha portato a Copenaghen le istanze indipendentiste, rifiutandosi di tenere discorsi in lingua danese. Qual è il suo obiettivo?
«Per decenni le decisioni sulla Groenlandia sono state prese in istituzioni che non controllavamo e in una lingua che molti groenlandesi non parlano. Le leggi adottate nel parlamento danese hanno modellato le nostre vite, anche se gran parte della popolazione groenlandese non poteva comprenderle né partecipare in modo significativo al processo. Questa è stata la nostra realtà politica. Ho sollevato ripetutamente la questione. Ho spiegato che la lingua determina chi ha accesso al potere e chi no. Quando questa realtà ha continuato a essere ignorata, è diventato necessario renderla visibile. L’esclusione è facile da ignorare finché resta astratta. Nel momento in cui viene sperimentata, anche solo per poco, diventa impossibile liquidarla. La reazione è stata immediata. Per i groenlandesi, però, questa esperienza non è temporanea. È quotidiana».
Quali responsabilità attribuisce alla Danimarca se, oggi, una groenlandese come lei arriva a valutare l'ipotesi di cercare accordi diretti con Washington, anche a scapito dei rapporti con Copenaghen?
«Contesto la premessa della domanda. Ai lettori italiani chiederei questo: come vi sentireste se fosse l’Austria, da sola, a decidere la politica estera dell’Italia e a parlare con Washington a vostro nome? Come reagireste se lingua e cultura italiane fossero state represse, se le donne fossero state sterilizzate forzatamente, se i bambini fossero stati sottratti alle famiglie e assimilati e poi vi venisse detto di lasciare all’Austria il controllo del vostro futuro? I groenlandesi non chiedono privilegi. Chiediamo lo stesso diritto che ogni Nazione europea dà per scontato: parlare per sé».
Lei ha detto: “Abbiamo già un colonizzatore, non ne serve un altro”, riferendosi alle ambizioni di Trump. Insisto però: quali garanzie potrebbe offrire un’indipendenza completa di fronte all’attuale interventismo della Casa Bianca?
«Nessun Paese è mai completamente indipendente. Tutti gli Stati sono interdipendenti. Anche la Corea del Nord dipende fortemente da Cina e Russia. L’idea che gli Inuit siano in qualche modo meno capaci di diplomazia, negoziazione, costruzione di alleanze e responsabilità internazionale è profondamente paternalistica. L’indipendenza non è isolamento. È capacità di agire. È la possibilità di negoziare apertamente, fissare condizioni e costruire partnership senza essere trattati come subordinati».
Sulla pagina ufficiale della Casa Bianca è apparso un post che, con gli stereotipi tipici della comunicazione di Trump, mostra cani da slitta a un bivio: Stati Uniti da una parte, Cina e Russia dall’altra. Cosa pensa di questa rappresentazione della Groenlandia e dell’ultimatum implicito?
«Mi rifiuto di concentrarmi su trovate mediatiche pensate per provocare indignazione. In questo momento sia l’Europa sia l’Occidente stanno cadendo nella trappola di Trump. L’indignazione pubblica e la continua ripetizione del fatto che siamo offesi è esattamente ciò che lui vuole. Gli consente di dipingere la Groenlandia e la Danimarca come irragionevoli e di giustificare un’escalation. Il suo argomento secondo cui la Groenlandia è fondamentale per la sicurezza degli Stati Uniti può risuonare presso l’opinione pubblica americana, e più appariamo offesi, più il suo consenso interno può rafforzarsi. Non parteciperò a questo ciclo. Il fatto che altri agiscano in modo non diplomatico non significa che dobbiamo rinunciare ai nostri principi. Dovremmo concentrarci su ciò che possiamo controllare: dialogo, negoziazione e de-escalation».
Minerali rari, rotte artiche, posizione militare strategica: il mondo sembra attratto dalla Groenlandia per queste ricchezze e opportunità. Esistono, secondo lei, questioni più importanti?
«Che dire della tutela del diritto internazionale, dei diritti umani e del pianeta che ci sostiene, oltre il guadagno economico di breve periodo? Che dire dell’autodeterminazione, delle conoscenze indigene, della cultura e della pace? Queste priorità vengono spesso liquidate come ingenue o idealistiche, eppure sono le basi di una sicurezza reale e duratura. La storia dimostra che un’eccessiva militarizzazione crea le condizioni per futuri conflitti. Quando uno Stato investe in modo sproporzionato nel potere militare, prima o poi cerca una giustificazione per usarlo. La guerra non nasce solo dalla necessità. Spesso è guidata da interessi economici e strategici. Se vogliamo davvero una sicurezza di lungo periodo, dobbiamo investire dove la stabilità si costruisce davvero: istruzione, sanità, coesione sociale e sostenibilità ambientale. La pace non si impone con la forza. Si costruisce con giustizia, inclusione e responsabilità».
Parlando di sfruttamento economico del territorio: pensa che i groenlandesi debbano sviluppare maggiori capacità di utilizzo delle risorse naturali o che la tutela ambientale debba restare prioritaria?
«La priorità è avere la capacità di scegliere. Questo significa proprietà groenlandese, standard groenlandesi e rigorose tutele ambientali. La protezione dell’ambiente per noi non è facoltativa. È fondamentale. Uno sviluppo che distrugge la terra distrugge le persone e gli ecosistemi che la sostengono. Non esiste futuro economico senza integrità ambientale»
La crisi diplomatica in corso sta avendo un impatto sul benessere della popolazione e sulla stabilità della società groenlandese?
«Alcune persone sono comprensibilmente preoccupate. Succederebbe in qualsiasi società sottoposta a un’intensa attenzione internazionale. Ma ciò che definisce oggi la Groenlandia non è la paura. È la resilienza. I groenlandesi sono abituati ad adattarsi a condizioni dure, a cambiamenti rapidi e a pressioni esterne. Abbiamo attraversato secoli di sfide e continuiamo a farlo con forza e lucidità. Questo momento ha attivato consapevolezza politica, non paralisi. Le persone partecipano, fanno domande e pretendono di essere ascoltate. Ha rafforzato una comprensione condivisa: il futuro della Groenlandia deve essere plasmato dai groenlandesi stessi».
Lei ha criticato a lungo la presenza danese come retaggio coloniale. Ora però arrivano soldati francesi e tedeschi in Groenlandia, sotto l’ombrello Nato. In cosa questa presenza è diversa per i groenlandesi?
«La differenza è la scelta. La cooperazione con la Nato è volontaria. Il colonialismo non lo era. I groenlandesi non sono stati sterilizzati, messi a tacere, classificati razzialmente o cancellati culturalmente dalla Nato. Non si possono paragonare politiche di tipo apartheid imposte dalla Danimarca con il diritto della Groenlandia a cooperare volontariamente con la Nato nell’ambito di accordi di sicurezza internazionale».
L’argomento ufficiale è la sicurezza artica. Ma chi decide quanto e come la Groenlandia debba essere difesa? C’è il rischio che nell'ambito Nato si consolidi un nuovo livello decisionale sopra Nuuk, proprio mentre si parla di autodeterminazione?
«La Nato si basa sul consenso. Guardi l’Islanda: uno Stato sovrano, membro della Nato, senza un esercito nazionale. Il problema non sono le alleanze. Il problema nasce quando è solo la Danimarca a parlare con la Nato senza la Groenlandia al tavolo, decidendo cosa accade nella nostra terra e alla nostra gente senza il nostro consenso. È lì che si crea il deficit democratico».
In diversi interventi lei ha accusato la Danimarca di lasciare aperte ferite coloniali. Quanto pesa la storia del Regno nel dibattito sull’indipendenza?
«Pesa enormemente. Il colonialismo non è storia se le sue conseguenze continuano a modellare istituzioni, gerarchie linguistiche, strutture di potere ed conseguenze sociali. Questo dibattito riguarda una democrazia incompiuta e una giustizia incompiuta».
L’indipendenza è un orizzonte condiviso da diversi groenlandesi, ma resta un percorso pieno di incognite economiche e sociali. Quanto è pronto oggi il Paese a reggersi senza il sostegno danese, ed eventualmente anche senza quello statunitense?
«La Groenlandia ha compiuto progressi significativi e non accetterò la narrazione pigra secondo cui non saremmo da prendere sul serio. Negli ultimi dieci anni circa il 10 per cento della nostra popolazione, che prima non aveva un’istruzione formale, l’ha completata in un periodo relativamente breve. Se si guarda al Pil pro capite, la Groenlandia non è un’eccezione fragile. Nel 2023 il Pil per persona era di circa 58.499 dollari. Più alto di quello dell’Italia (circa 39.065 dollari), della Spagna (33.509), del Portogallo (27.386) e della Grecia (23.401). Significa forse che Italia, Spagna, Portogallo e Grecia non dovrebbero essere sovrane? E come se tutti i Paesi non avessero incertezze sociali. Eppure la Groenlandia continua a essere descritta come incapace, spesso attraverso narrazioni mediatiche danesi unilaterali che riciclano l’idea di dipendenza».
Se dovesse spiegare a un lettore italiano cosa è davvero in gioco oggi in Groenlandia – al di là di Trump, della Nato – quale sarebbe la posta più alta?
«Non riguarda solo la Groenlandia, ma tutti noi. Ciò che è in gioco è se il diritto internazionale si applica in modo uguale a tutti, comprese le piccole Nazioni indigene. Se, invece, il potere giustifica le violazioni. Se i tribunali e le norme internazionali sono strumenti reali, o solo simbolici. Se la legge non è uguale per tutti, allora non è legge per nessuno».

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