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19 marzo, 2026Il premier ungherese non rinnova il suo sì al prestito per l'Ucraina. Il Consiglio risponde che non si torna indietro sugli impegni presi. E che la prima tranche verrà sborsata ad aprile. Poi passa a discutere di Medio Oriente ed energia
Intorno a Viktor Orban c’è il gelo. Lui ha deciso di rimangiarsi la parola data nel Consiglio europeo del 19 dicembre sul via libera al prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina. Per sdoganare il prestito (a cui tra l’altro l’Ungheria non contribuirà) vuole che l’Ucraina renda operativo l’oleodotto di Druzhba, chiuso da gennaio in seguito a un bombardamento russo, attraverso cui Ucraina e Slovacchia possono ricevere gas russo fino alla fine del 2027.
Una fonte del Consiglio ha detto che i presidenti del Consiglio europeo e della Commissione Ue stanno collaborando con le autorità ucraine per fornire assistenza per la riapertura. Ma che la questione non può essere legata al prestito.
Invece Orban continua a tenere in ostaggio l’intero Consiglio. I 25 (con l’esclusione di Ungheria e Slovacchia) non sono intenzionati a riaprire oggi le discussioni né a negoziare uno scambio con la riapertura dell’oleodotto e definiscono il comportamento di Orban «inaccettabile».
«A seguito della decisione del dicembre 2025 di concedere all’Ucraina un prestito di sostegno di 90 miliardi di euro per il 2026 e il 2027, il Consiglio europeo accoglie con favore l’adozione del prestito da parte dei co-legislatori e attende con interesse il primo esborso all’Ucraina entro l’inizio di aprile», scrivono in un comunicato ufficiale: «In questo contesto, invita inoltre a intensificare il coinvolgimento dei Paesi terzi per contribuire a colmare il restante fabbisogno di 30 miliardi di euro nelle finanze ucraine».
Dunque tutto rimandato ad Aprile, in attesa dei risultati delle elezioni ungheresi del 12, quando Orban potrebbe essere mandato a casa. Nessuno sembra volere prendersi la responsabilità di assumere posizioni dure contro Orban prima di allora.
Ma il Consiglio esorta anche tutti i Paesi «a cessare immediatamente qualsiasi forma di assistenza alla Russia nella sua guerra di aggressione contro l’Ucraina, sia diretta sia indiretta, in particolare attraverso la fornitura di beni e componenti a duplice uso». La condanna più forte è contro il dispiegamento delle forze militari della Corea del Nord in Ucraina e il continuo sostegno militare fornito da Iran e Bielorussia.
In mattinata, a margine del Consiglio europeo, la presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni aveva organizzato insieme ai primi ministri danese Mette Frederiksen, e olandese Rob Jetten una riunione per discutere i rischi migratori derivanti dalle guerre scatenate da Israele e Usa in Medio Oriente e le misure da intraprendere per evitare il ripetersi della crisi del 2015, con un focus specifico sul potenziamento degli strumenti legali per i rimpatri. Alla riunione avevano preso parte Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Germania, Grecia, Polonia, Lettonia, Malta, Slovacchia, Repubblica Ceca, Svezia e Ungheria. Francia e Spagna erano visibilmente assenti, in palese disaccordo con la filosofia dei respingimenti portata avanti dalla destra europea.
Il resto della giornata a Bruxelles sarà lungo. Si parlerà di Medio Oriente, di competitività e di prezzo dell’energia, incluso il divisivo tema della modifica degli Ets, più ideologico che esistenziale. Se da una parte i sovranisti, con Meloni in testa, lo vogliono abolire, dall’altra lo spagnolo Pedro Sanchez li accusa di utilizzare la guerra come grimaldello per distruggere il Green deal.
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