Mondo
5 marzo, 2026Articoli correlati
Il fronte iraniano è una miccia accesa che rischia di destabilizzare l’intero Medio Oriente. La reazione ha innescato un effetto a catena dagli esiti imprevedibili. E il conflitto è già nel Mediterraneo
L’Iran non è il Venezuela. Ali Khamenei non è Nicolás Maduro. Non si può cambiare un regime pensando semplicemente di sostituire chi lo comanda. A colpi di blitz o a suon di bombe. Il mondo non è un risiko. Le regole del diritto internazionale sono saltate. Vengono richiamate solo quando coincidono con gli obiettivi geostrategici del momento. Dopo essersi imposto al tavolo della partita sul nuovo disordine mondiale, anche questa volta Donald Trump ha dato sfogo al suo ego spropositato: «Quello che avevamo fatto a Caracas è stato perfetto», ha detto. «In Iran abbiamo fatto meglio». Non è così. Dall’euforia iniziale con cui il presidente Usa aveva accolto il blitz dell’aviazione israeliana sul compound blindato dove la Guida Suprema aveva riunito i massimi vertici del suo apparato si è passati a un approccio più pragmatico. «Ci vorranno quattro-cinque settimane», ha ammesso il tycoon lunedì 2 marzo quando gli è stato chiesto quanto sarebbe durato il conflitto con Teheran. Ma, per non smentire sé stesso, ha aggiunto: «Abbiamo la capacità di andare ben oltre. Non escludo di inviare truppe sul campo». La confusione è massima.
L’uomo della pace che si vanta di aver spento otto guerre mentre ne accende subito un’altra, osserva con un misto di sfida e arroganza l’incendio che divampa in tutto il Medio Oriente. Bruciano il Bahrain, il Kuwait, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita. Si infiammano l’Iraq, il Kurdistan, perfino la Giordania, raggiunti dai missili e dai droni lanciati da Teheran. La doppia, contemporanea operazione israeliana-statunitense “Roaring Lion” e “Epic Fury” di sabato 28 febbraio contro l’antica Persia si è allargata a tutta la Regione. Ferito al cuore, l’impero sciita che guida l’“Asse della resistenza” si scaglia sugli eterni nemici sunniti delle petromonarchie del Golfo. Mette a nudo le loro contraddizioni. Le colpisce nelle loro ricchezze. Ospitano le basi americane, le stesse di cui si servono gli aerei che lo bombarda. Per non parlare degli Accordi di Abramo con Israele, stretti poco prima di dare il via allo sterminio di Gaza.
Dubai è in grossa difficoltà. Migliaia di turisti restano negli aeroporti dopo il blocco di tutti i voli sull’intero Medio Oriente. È il principale hub che serve le direttrici dei cieli tra Europa e Asia. Altre decine di migliaia di residenti stranieri scoprono all’improvviso tutta la loro vulnerabilità per una guerra che dura dal 7 ottobre 2023 ma che finora li aveva risparmiati. Persino il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, è rimasto prigioniero nella capitale degli Emirates. Nessuno lo aveva avvertito dell’imminenza del blitz. Né Israele, né tantomeno gli Usa con cui il governo di Giorgia Meloni vanta rapporti privilegiati. Vanno in fiamme anche alcuni terminal petroliferi mentre Teheran annuncia il blocco dello Stretto di Hormuz da dove transita il 20% del greggio mondiale e il 30 del gas.
La miccia è accesa. Basta poco per far esplodere una polveriera che potrebbe allargarsi all’intero Pianeta. La solidarietà nei confronti di Teheran si estende alla Nigeria, al Bangladesh, al Kashmir del Pakistan da due settimane impegnato a guerreggiare con il vicino Afghanistan. E ancora al Libano degli Hezbollah da tempo orfani dei loro capi, fatti fuori dalle bombe dello Stato ebraico tra il settembre 2024 e il novembre del 2025. Lunedì 2 marzo hanno lanciato una raffica di razzi contro il Nord di Israele. La reazione di Tel Aviv è stata immediata. Il Sud del paese dei cedri è stato bombardato a tappeto. Lunghe colonne di auto fuggivano verso Beirut e il Nord. Anche Cipro è stata raggiunta da un drone vicino alle basi britanniche di Akrotiri e Dhekelia. L’Europa sente sul collo l’alito della guerra.
L’attacco di Hezbollah, condannato dal presidente del Libano Joseph Auon, viene considerato più una paura esistenziale che semplice solidarietà. Dal crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, alla fine del 2024, il “ponte terrestre” che riforniva il Partito di Dio è stato reciso. Gli Houti restano ai margini di un conflitto che avevano finora condotto bloccando il traffico marittimo e commerciale sul Mar Rosso. L’Iraq è invece una bomba a orologeria. È un Paese a maggioranza sciita. Le milizie alleate con l’Iran potrebbero decidere di colpire le basi statunitensi presenti nel Paese. Il rischio concreto è il caos.
Questa volta Donald Trump ha ceduto alle pressioni di Benjamin Netanyahu. Sono 40 anni che Israele punta a distruggere il regime degli ayatollah. Brucia ancora la minaccia lanciata nel 2005 dall’allora presidente Mahmud Ahmadinejad di «cancellare» lo Stato ebraico dalla «pagina del tempo». Per Trump, Teheran era a un passo dal costruire l’atomica; con i suoi missili balistici poteva minacciare la stessa America. Ma sono bugie. Cia e Pentagono, già nel giugno scorso, avevano sostenuto che l’Iran era ben lontana da poter armare un ordigno nucleare: il suo programma atomico era stato frenato dall’ultima ondata di bombardamenti. Quanto ai missili, raggiungono al massimo 2000 km. Hanno cercato di dissuadere Trump, erano contrari a ogni intervento. E lo è anche la maggioranza degli americani e la sua base Maga. Le trattative con Teheran erano a buon punto. Ma tant’è. A differenza della guerra dei 12 giorni del giugno 2025, quando il tycoon impose a Bibi di non forzare la mano limitandosi a bombardare i principali siti nucleari, l’operazione “Ruggito del leone” ha puntato dritta al cuore del regime iraniano. Lo voleva Netanyahu per rafforzare il consenso interno, serviva a Trump in vista delle elezioni di mid-term.
La Guida Suprema era seguita da mesi. Agenti del Mossad sotto copertura sul posto e fonti di intelligence Usa hanno avuto la certezza che Ali Khamenei, 86 anni, sarebbe stato presente a una riunione di vertice convocata sabato mattina. L’occasione di colpire l’anima teocratica dell’Iran era troppo ghiotta. Per questo il blitz programmato per la notte di venerdì è stato improvvisamente spostato alla mattina dopo. Tutti i principali alti responsabili del regime iraniano si sono presentati all’appuntamento. Ma hanno commesso un errore che appare un’ingenuità: si sono riuniti all’aperto, non nel sottosuolo trasformato in bunker del compound dove viveva l’Ayatollah con la sua famiglia. Erano le 9.40, ora locale. L’effetto sorpresa ha funzionato. Un missile balistico di nuovissima generazione, noto come Black Sparrow, è stato lanciato da un caccia F-15 lontano dal raggio d’azione delle batterie di difesa iraniane. È stato accecato il sistema radar e questo ha consentito a 200 aerei israeliani, praticamente l’intera flotta disponibile dello Stato ebraico, la più grande dalla guerra del 1967, di occupare tutti i cieli nell’Ovest dell’Iran. Mentre una pioggia di bombe e missili cadeva sui centri di comando e il quartier generale della Guardie della Rivoluzione, il potente ordigno trasformava in macerie la struttura dove si teneva il vertice. Sono morti in 27. Oltre ad Ali Khamenei, la moglie, sua figlia, sua nipote, sua nuora e il genero, tra le vittime ci sono il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, il ministro della Difesa, il comandante dei Pasdaran e decine di alti funzionari politici, religiosi e della sicurezza.
È stato uno shock per l’intero Iran. C’è un misto di speranza e di paura. Molti hanno festeggiato tra urla di giubilo, caroselli d’auto, fuochi d’artificio. Ma altri, con cortei imponenti, pieni di rabbia e di dolore, hanno invaso le strade di tutto il Paese per osservare un lutto che durerà 40 giorni. La reazione è stata furibonda. Raffiche di razzi, missili e sciami di droni sono stati scagliati contro Israele e altre 27 basi militari Usa sparpagliate in tutta la Regione. Si è spenta l’anima della teocrazia iraniana. Il corpo, ferito, resiste. Sarà l’Assemblea degli esperti, composta da 88 membri, ad eleggere la nuova Guida Suprema. Di questi fanno parte dei religiosi sciiti eletti dal popolo ogni 8 anni. Ma le loro candidature devono essere approvate dal Consiglio dei Guardiani, l’organismo di controllo costituzionale iraniano.
Nell’attesa, la guida è affidata a un consiglio direttivo transitorio formato dal presidente Masoud Pezeshkian, dal capo della magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei, dal segretario del Consiglio della sicurezza nazionale Ali Larijani e da un giurista dello stesso Consiglio dei Guardiani. Donald Trump aveva già scelto chi poter mettere alla guida del nuovo Iran. «Avevo in mente due o tre nomi – ha detto dopo aver appreso dell’uccisione di Ali Khamenei – Ma ho scoperto che sono morti». Troppo tardi, il cambio in corsa è fallito. La guerra continuerà a lungo. Si contano 555 vittime; 200 bambine sono rimaste seppellite dalle macerie della loro scuola elementare colpita a Minab, nel Sud del Paese. Distrutto anche un ospedale. I dissidenti sono costretti al silenzio dopo il bagno di sangue del gennaio scorso. Ora temono una repressione ancora più dura. «Non dimentichiamo le migliaia di prigionieri nelle carceri – dicono a L’Espresso gli attivisti presenti in Italia – Su di loro ora si accanisce la reazione del regime». Tutto resta come prima. Peggio di prima.

LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Caos globale - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 6 marzo, è disponibile in edicola e in app

