Opinioni
19 febbraio, 2026Stabilire il vincolo di mandato è sensato. Anche se non esente da rischi di condizionamento
L'uscita del generale Vannacci dalla Lega ha riaperto la questione di quanto sia appropriato per chi lascia il partito politico con cui è stato eletto mantenere il suo seggio parlamentare. Per evitare in futuro i cambiamenti di casacca la Lega ha presentato un disegno di legge costituzionale volto a impedirli (anche se questa legge non si applicherebbe nei casi come quello di Vannacci, che era stato eletto al Parlamento europeo, non a quello italiano), introducendo il cosiddetto vincolo di mandato.
L’attuale articolo 67 della Costituzione dice: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Senza vincolo di mandato significa che il parlamentare risponde solo alla propria coscienza, ossia che non è vincolato da quello che pensa il suo partito o il gruppo parlamentare a cui è iscritto e neppure da cosa pensano gli elettori che lo hanno eletto (rappresenta infatti la Nazione, non chi lo ha eletto). La Lega ha invece proposto il testo seguente: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni con vincolo di mandato. I membri del Parlamento che, all’inizio del mandato o nel corso della legislatura aderiscono a un gruppo parlamentare che rappresenta un partito o movimento politico diverso da quello a cui appartenevano al momento dell’elezione decadono dal mandato parlamentare».
Insomma, se sei eletto nelle liste di un partito, e poi cambi idea, non puoi mantenere il tuo seggio. Devo ammettere che mi sembra una cosa sensata visto il sistema elettorale che abbiamo e le tendenze che il nostro sistema politico ha preso, con però una controindicazione non irrilevante. Perché è una cosa sensata? Perché al momento gli elettori votano una persona in quanto associata (anche se magari non iscritta) a un certo partito politico. Prevale l’elemento partitico su quello personale. Non sei eletto per le tue idee, ma perché rappresenti le idee di un certo partito. Questo vale anche per chi è eletto nei collegi uninominali, visto che questi, in assenza del voto disgiunto, ricevono gran parte dei loro voti attraverso l’indicazione da parte degli elettori del partito che sostiene un certo candidato. Non facciamo quindi finta che gli elettori votino una persona perché poi questa risponda solo alla propria coscienza. È un voto marcatamente politico. Il seggio appartiene al partito con cui si è fatta campagna elettorale. Logico, quindi, dimettersi se non si è più in linea con quel partito, come ho fatto io nel maggio 2023. È stata una mia libera scelta. Avrei potuto mantenere il seggio da senatore proprio perché non c’è al momento un vincolo di mandato, ma non mi sembrava giusto.
Qual è la controindicazione? Una riforma di questo tipo ridurrebbe ulteriormente il ruolo del Parlamento, per lo meno per tutti i parlamentari di maggioranza, aumentando la personalizzazione della politica. Questi sarebbero ancora più dipendenti dagli ordini che vengono ricevuti dal vertice dei partiti al governo, perdendo l’unico strumento che hanno al momento per resistere, ossia la minaccia di un passaggio a un altro gruppo parlamentare. Credo che per la Lega, che ha nel nome ufficiale del partito il nome del suo segretario (Lega per Salvini Premier), non sarebbe un problema, ma è un punto su cui vale la pena riflettere.
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