Il centro-destra? Non esisterà più per almeno quindici anni...». La previsione, la profezia di sventura arriva da un personaggio ormai fuori dal palcoscenico ma profondo conoscitore di quella che fu la coalizione fondata da Silvio Berlusconi. Gianfranco Fini si accende una sigaretta nel suo ufficio di ex presidente della Camera che si affaccia sulla piazza del Parlamento e elenca: «Sul punto chiave che caratterizza qualsiasi identità politica, l’atteggiamento da tenere nei confronti del governo Renzi, i partiti che dovrebbero partecipare alla ricostruzione del centrodestra hanno quattro posizioni diverse. L’Ncd di Angelino Alfano è nel governo con i suoi ministri, Forza Italia è determinante per tenere in piedi la maggioranza anche se formalmente si trova all’opposizione, la Lega è aperturista nelle aule parlamentari e di lotta nelle piazze, Fratelli d’Italia si batte per il ritorno dei marò dall’India, scelta nobile, ma non ci costruisci un partito...».
Analisi impietosa, cui si potrebbero aggiungere le ultime divisioni su questioni impensabili fino a pochi mesi. Vedi la circolare del ministro Alfano che ordina ai prefetti di non registrare le nozze celebrate all’estero tra persone dello stesso sesso perché «la diversità di sesso dei nubendi» è condizione necessaria per ritenere valido un matrimonio, nelle stesse ore in cui Forza Italia decide di istituire un dipartimento sui diritti civili affidato a Mara Carfagna, come indicato dalla compagna di Berlusconi Francesca Pascale in una sede a dir poco sorprendente, il Gay Village.
In ordine sparso, con leadership declinanti o fin troppo esplosive, sanguinose rivalità interne, poca o nessuna voglia di tornare insieme. È la fotografia attuale della galassia centrodestra, che trasforma in ricordo sbiadito i fasti del passato, il quadrilatero Berlusconi-Bossi-Fini-Casini che conquistava regioni, città, il governo nazionale, con un’ideologia unificante, un mix di conservatorismo e di liberismo, un blocco sociale di riferimento, imprenditori e partite Iva, il forzaleghismo del Nord, e una leadership egemone e invincibile, quella del Cavaliere di Arcore. Tutto è cambiato.
I notabili azzurri ancora tremano al ricordo dell’ultimo duello interno a Forza Italia, molto più violento di come sia stato riferito all’indomani. L’ex ministro Raffaele Fitto chiede la parola nel finto parlamentino al pian terreno di Palazzo Grazioli, ricostruito come un mini-emiciclo, Berlusconi la cede a fatica, ma appena Fitto comincia il suo intervento l’ex premier si alza in piedi, si avventa, lo aggredisce, erutta insulti: «Hai fatto una corrente per farmi fuori, sei un democristiano figlio di un democristiano, se pensi di essere un leader esci di qui e fonda un partito, se sei in grado. E se riuscirai a sopravvivere tornerai qui a pietire di allearti con me come sta facendo Angelino...».
Angelino, nel senso di Alfano, non sa in realtà da che parte buttarsi. In Calabria c’è stato l’ultimo flop del suo partito, il Nuovo centrodestra. L’ex sottosegretario Tonino Gentile puntava a infilarsi nelle primarie del centrosinistra sostenendo il candidato renziano Gianluca Callipo, con tanto di spostamento di truppe e amministratori locali. Se l’operazione fosse riuscita l’Ncd calabrese avrebbe firmato l’alleanza con il nuovo Pd renziano, laboratorio di una possibile svolta nazionale, ma sfortunatamente ha vinto il rivale di Callipo Mario Oliverio, nemico giurato di Gentile. E ora agli alfaniani di Calabria toccherà partecipare a una probabile disfatta in una regione che amministravano, insieme a quel che resta di Forza Italia. Non resta che consolarsi con i dati sorprendenti del tesseramento. Il partito di Alfano vanta a sorpresa una folla di iscritti, in controtendenza con gli altri partiti (il Pd è passato in un anno da 400mila a 100mila iscritti, Forza Italia ne dichiara appena 8300).
Il siciliano Dore Misuraca, responsabile tesseramento, ne certifica 140mila, nientemeno. «Abbiamo 12mila circoli, in media con 10 iscritti l’uno, ma anche di più. In prevalenza al Sud, andiamo molto bene anche in Campania, Calabria e Lazio. E abbiamo fatto tutto con l’autofinanziamento». Peccato che i risultati elettorali non siano all’altezza di tanto entusiasmo: l’Ncd ha raccolto in tandem con l’Udc il 4,3 alle elezioni europee ed è dato in picchiata nei sondaggi. E per le prossime settimane si annuncia un restyling: nuovi gruppi parlamentari con i grupposcoli centristi della maggioranza, nuovo partito e nuovo simbolo, con l’innesto di cinque o sei giovani nel gruppo dirigente. Anche perché un pezzo di quello che finora ha guidato il partito potrebbe ritornare da dove è venuto, cioè in Forza Italia. «Il più tentato è Renato Schifani, solo che Berlusconi non lo chiama...», malignano gli azzurri.
Anche la nuova Lega di Matteo Salvini sta per compiere un paio di strappi definitivi con la tradizione. Il primo, altamente simbolico, è l’abbandono della sede storica di via Bellerio a Milano, da cui Umberto Bossi faceva tremare i governi di Roma ladrona. Una cessione che significa rompere per sempre con la stagione del Senatur, della sua famiglia e dei suoi famigli. Salvini il giovane ha già messo le mani sulla cassa, via la vecchia amministrazione che aveva lavorato con il tesoriere degli scandali finanziari Francesco Belsito. Chiusa la scuola Bosina, la creatura prediletta della moglie di Bossi Manuela Marrone. Il secondo passaggio che diventerà operativo dopo la manifestazione di piazza Duomo del 18 ottobre, affidato al senatore bresciano Raffaele Volpi, è la nascita della Lega dei Popoli.
Lo statuto è già stato depositato dal notaio, sarà il contenitore con cui i padani puntano a sbarcare al Sud. Il tentativo più ambizioso di espandersi su tutto il territorio nazionale della storia leghista. Decisivo per trasformare la Lega di Salvini da movimento regionale a partito nazionale, la versione italiana del Fronte di Marine Le Pen, con gli stessi cavalli di battaglia: l’attacco all’Europa, il no all’immigrazione, la polemica contro l’establishment. Matteo Salvini coltiva con candore e astuzia la sua immagine di anti-Renzi, di cui condivide l’età, la presenza mediatica, la spregiudicatezza nella manovra politica. Una doppiezza appresa alla scuola di Bossi: la Lega tratta a Roma su più tavoli, quello della rinascita del centrodestra con Forza Italia e quello delle riforme con il Pd (compreso il voto per Luciano Violante come giudice della Corte costituzionale), e si muove da partito anti-sistema in periferia, a caccia di elettori delusi dal Movimento 5 Stelle.
Ncd cambia nome, la Lega cambia sede e si espande al Sud, Forza Italia appare un corpaccione inerte, senza linea e direzione, come dimostrano i voti in ordine sparso sulla Consulta: Antonio Catricalà (candidato da Gianni Letta), Donato Bruno (preferito da Denis Verdini), Ignazio Francesco Caramazza (in quota Letta), Francesco Paolo Sisto (amico di Fitto)... Nel partito comanda la corrente della Ghirlanda fiorentina, guidata da Denis Verdini, sentinella del patto del Nazareno con Matteo Renzi. Ma Verdini è uomo di potere più che di elaborazione teorica. Il compito di riscrivere la tavola dei valori e dell’immagine pubblica del partito berlusconiano, tra lo stupore generale, è in mano alla fidanzata dell’ex premier Francesca Pascale. È lei a decidere chi sale e chi scende alla corte di Palazzo Grazioli.
Daniela Santanchè, per esempio, è scomparsa dai radar. Altre figure discusse della biografia berlusconiana sono tornate in luce: la ragazza di Casoria Noemi Letizia, la protagonista della festa dei diciotto anni che nel 2009 segnò per Berlusconi l’inizio della fine. Il compagno Vittorio Romano è stato nominato responsabile dei club Forza Silvio nel Sud, con la benedizione della Pascale. L’embrione del nuovo movimento che potrebbe sostituire Forza Italia, ormai detestata dal suo fondatore. Vittorio Romano si candiderà alla prossime elezioni regionali in Campania, mentre per il Comune c’è un’altra trovata creativa, il giornalista difensore delle coppie gay Alessandro Cecchi Paone, amico della Pascale. Difficile da accettare per l’Ncd.
«Sta avvenendo una ristrutturazione complessiva, da un lato è venuto meno Berlusconi, dall’altro bisogna capire cosa vuol dire essere di centrodestra con un fenomeno come Renzi. Noi non vogliamo allearci con la destra estrema (Lega e Fratelli d’Italia). Ma Forza Italia non mi sembra disponibile a mettere insieme le forze per costruire una destra liberal, cristiana e conservatrice», riassume per l’Ncd Gaetano Quagliariello. Se finisce così avrà ragione la cassandra Fini, il primo a spezzare il monolitico Pdl berlusconiano nel 2009-2010: in queste condizioni il centrodestra rischia di sparire per i prossimi quindici anni. A meno che non vada come prevede l’ex ministro Saverio Romano, oggi in Forza Italia, domani chissà: «Questo Parlamento non riuscirà a fare una nuova legge elettorale e tutti i partiti andranno alle elezioni con la proporzionale, senza fare alleanze». A quel punto non esisterà più il centrodestra ma neppure il centrosinistra, soltanto un unico partitone di Renzi. Con le schegge che furono berlusconiane pronte a collaborare alle future spartizioni.